In Treno
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In Treno

Racconto erotico in Treno

Si ripeteva ogni venerdì la stessa storia.
Ettore, alle 18:00 spaccate, chiudeva il portatile e lo infilava nella sua ventiquattrore.
Poi recuperava il suo trolley dal magazzino dell’ufficio, salutava i colleghi e se la filava.
Via, alla velocità della luce.
Dritto verso casa.
Prima stazione però.
Considerando il traffico di Milano a quell’ora, aveva quasi i minuti contati: autobus fino al centro, cambio, poi metro fino alla stazione Centrale.
Il Freccia Rossa di quella sera si preannunciava meno pieno del solito.
Ma in leggero ritardo.
Maledetti treni, maledetto Ministro!
Si prese un caffè ad uno dei bar della stazione, i due euro peggio spesi della giornata.
Ci volevano altri trenta minuti prima della partenza del treno, tanto valeva chiamare subito casa.
«Pronto, amore! Passami la mamma.»
«Si papà!»
Sua figlia aveva appena compiuto 4 anni ed era dolcissima: da poco aveva iniziato a rispondere al telefono.
«Dimmi.»
Molto meno dolce, sua moglie Sara: non aveva preso bene il suo nuovo incarico a Milano.
Ettore aveva vinto una gara aziendale ed era stato trasferito da Reggio Calabria alla sede centrale: sua
moglie avrebbe dovuto trasferirsi con lui e la bambina, ma non se l’era sentita di abbandonare il suo posto
di lavoro, e le due erano rimaste in Calabria.
Sentiva la mancanza di entrambe, certo, ma non riteneva che il modo migliore per dimostrarlo fosse avere
costantemente un tono urtato e offeso.
«Ciao Sara! Sono in stazione, il treno è un po’ in ritardo…»
«E ti pareva!»
Manco fosse colpa sua.
«Dovrei essere in stazione a Reggio domattina intorno alle 9:30. Puoi venirmi a prendere tu?»
Ogni venerdì cercava di ritagliarsi quelle 30 ore risicate giù a casa.
E per farlo si cuccava, ogni settimana, 11 interminabili ore di treno.
«Se non puoi chiederlo a nessun altro…»
Decisamente non sembrava che a Sara importasse particolarmente.
«Ok dai, allora buonanotte. A domani.»
Lei riattaccò senza nemmeno salutarlo.

La voce all’altoparlante annunciò finalmente che il treno era pronto.
Il binario era stato cambiato all’ultimo però.
Ettore si trascinò dietro il suo trolley fino a quello giusto, circondato dagli altri passeggeri in transito, i
pendolari del venerdì sera.
In quei sei mesi con alcuni aveva fatto amicizia: per di più calabresi che, come lui, si accollavano quel
viaggione interminabile per tornare un po’ a casa dalle famiglie.
Ma quella sera non sembrava riconoscerne nessuno.
Cercò la carrozza e il posto che gli erano stati assegnati.
Prenotava in Prima perché c’era meno gente di solito.
La routine da ritorno in treno che si era ritagliato era semplice: sistemava le sue cose, mangiava qualcosa
nell’Area Bistrò, si concedeva uno o due bicchieri di vino.
Per conciliare il sonno.
Lo avrebbe fatto anche quella sera.
Ormai erano le 22:00. Il treno aveva lasciato la stazione da poco più di un quarto d’ora.
Che strano: avrebbe giurato ci fosse più gente al binario.
Ma la carrozza era quasi vuota, e i posti intorno al suo erano rimasti liberi.
«Mi scusi, credo sia seduto al mio posto.»
Era comparsa praticamente dal nulla una ragazza bassina, bionda.
Non l’aveva notata al binario, ed era strano, perché era decisamente molto carina.
Non doveva avere più di venticinque anni.
«Mi faccia vedere la prenotazione signorina.»
La ragazza gli porse il telefono.
«No guardi, il mio è il 14F, lei ha il 14D. È il mio il posto vicino al finestrino.»
Le restituì il cellulare.
«Mi scusi.»
Ci era rimasta male.
Avrebbe potuto farla felice e cederle il posto, ma la ragazza si era già sistemata.
«Vuole una mano con la valigia?»
La aiutò coi suoi bagagli. Era decisamente bassa per farcela da sola.
Aveva un buon profumo: forse i capelli, doveva aver fatto lo shampoo da poco.
«Grazie mille!»
Gli sorrise, ed entrambi si sedettero, uno di fronte all’altra.
Si presentarono: lei si chiamava Vanessa.

Era di Bergamo, e stava scendendo in Calabria per andare a trascorrere qualche giorno da una sua amica.
Non aveva mai viaggiato di notte, non su un treno.
«Era l’unico biglietto che mi faceva prenotare!»
«Sei mai stata in Calabria?»
Non aveva mai visto il Sud Italia.
Si era segnata una serie di posti dove andare.
Glieli mostrò entusiasta: ci avrebbe messo un paio di settimane per vederli tutti.
Le diede qualche consiglio.
Poi Ettore guardò l’orologio: cazzo è passata un’ora! E non ho scritto a Sara.
E chiacchierando con Vanessa non ci aveva proprio fatto caso.
«L’Area Bistrò probabilmente sarà chiusa a quest’ora!»
«Non hai cenato? Aspetta…»
Vanessa saltò in piedi e si protese verso l’alto, armeggiando con uno dei suoi bagagli.
Aveva un vestitino corto che, nel movimento, le era salito ancora di più, lasciandole le cosce scoperte.
Lavorava così tanto, e per così tanto tempo, che di tempo per pensare alle donne davvero non ne aveva.
Quando sua moglie per telefono gli dava quelle risposte di merda, la prima reazione era andare su
Instagram e dare una sbirciata alle storie di due o tre tipe che aveva fra i followers.
Gente con cui al massimo si limitava a scambiare qualche “ciao” o delle tristi reaction fiammella.
Erano mesi che non intratteneva una conversazione con una donna, se non per motivi lavorativi.
E quella sera, quella ragazza solare, entusiasta, giovane e fresca gli stava facendo prendere una boccata
d’aria fresca.
Vanessa gli passò una busta di patatine e una di tarallini.
«Ho preso uno spuntino per il viaggio.»
«Beh, il cibo del bistrò non è che sia tanto meglio di solito.»
«Viaggi spesso?»
«Quasi tutti i weekend. Torno…»
Non completò la frase. Non specificò da mia moglie, da mia figlia.
«A casa, dai miei.»
«Dai apri le patatine, anche a me è venuta un po’ fame!»
Ettore si infilò un paio di patatine in bocca.
Lei fece altrettanto, e dopo si leccò le dita impiastricciate di polvere di formaggio.
Lo fece con una naturalezza estrema, non era qualcosa di studiato, o programmato, per flirtare con lui.

Ma ad Ettore quel gesto fece comunque un certo effetto.
Si aggiustò sul sedile, infilò la mano nel sacchetto e mangiò un’altra patatina.
«Peccato non avere qualcosa da bere per completare questo aperitivo di lusso.»
Vanessa scoppiò a ridere.
«Ti stupirò!»
Si alzò di nuovo in piedi, provò di nuovo a prendere qualcosa dal suo bagaglio.
«Mi sa che non ci arrivo, dammi una mano tu.»
Le andò vicino e sentì di nuovo il profumo forte e fresco del suo shampoo.
«C’è una bottiglia di vino: doveva essere un regalo per la mia amica Paola, ma penso che capirà…!»
Ettore recuperò la bottiglia.
«Cosa dovrà capire?»
Vanessa sorrise di nuovo: «Che il vino destinato a lei è servito per dissetare un compagno di viaggio
assetato.»
Lo fece sorridere. Gli mancava sorridere spontaneamente per le piccole cose.
«Nella tua borsa di Mary Poppins per caso hai anche due bicchieri?»
Lei scosse la testa.
«Quelli no, ma direi che beviamo dalla bottiglia senza farci problemi.»
Lui diede il primo sorso, poi le passò il vino.
Sul treno le luci erano soffuse, dopo la partenza le abbassavano sempre per favorire il riposo.
Il resto della carrozza era quasi vuoto, e gli altri passeggeri presenti o si erano già addormentati o se ne
stavano al loro posto con le cuffiette e i tablet.
Dopo un altro quarto d’ora, la bottiglia di vino era arrivata quasi alla fine e loro si erano avvicinati per
chiacchierare meglio.
«Non avevo mai bevuto vino paesano all’una di notte su un treno.»
«Prima sbronza sul treno, prima volta in Calabria… Direi che per te questo è il viaggio delle prime volte!»
«E pensa che è appena iniziato!»
Di nuovo quella voce entusiasta.
Il tono allegro e frizzante di quella ragazza lo mandavano letteralmente su di giri.
E quel vino aveva abbastanza gradi per aiutarlo a sciogliersi ancora di più.
O la va o la spacca! Male che vada cambio posto.
Le infilò una mano fra i capelli, con delicatezza le prese la nuca e avvicinò la faccia di Vanessa alla sua.
La ragazza non oppose resistenza e protese le labbra in attesa di quelle di Ettore.
Cercò subito la lingua di Vanessa e iniziò a succhiargliela.

Sapeva di vino ed era incredibilmente calda, e disponibile.
Senza pensarci troppo la ragazza gli montò sopra.
Sentiva il suo pube proprio sopra il cazzo, con solo i pantaloni a dividerli.
«Sei già così duro?»
«Da quando hai provato a fottermi il posto!»
«Ma io davvero mi ero confusa!»
Non la fece finire di parlare e ricominciò a baciarla.
«Facciamo piano, sennò svegliamo gli altri.»
Vanessa stava armeggiando con la sua cintura.
«Vedo che vai dritta al dunque, signorina.»
Era quasi riuscita a slacciarla del tutto.
«Fermati, ho un’idea migliore.»
Ettore prese la mano della ragazza e se la tolse dal pacco. La aiutò ad alzarsi in piedi e le fece cenno di
raggiungere il bagno.
«Ti raggiungo fra un minuto, lascia la porta aperta.»
La guardò allontanarsi lungo il corridoio della carrozza.
Ettore prese il telefono dalla tasca.
Lo accese per controllare l’ora: era tardissimo, troppo tardi per un messaggio della buonanotte a sua
moglie.
Starà dormendo, e comunque lei non mi ha cercato.
Lo infilò nella sua valigetta, riposta sotto il sedile.
Vanessa aveva davvero lasciato la porta aperta.
«Dove eravamo rimasti?»
Si chiusero dentro: lo spazio nel bagno era davvero angusto, non era fatto per due persone.
Lei lo prese per mano e lo fece sedere sul cesso.
«A questo.»
Con molta disinvoltura gli liberò il cazzo dalla trappola di pantaloni e boxer e ci si chinò sopra.
Lo avvolse tutto con le labbra e iniziò a succhiarglielo.
Era abituato ai pompini fatti sempre controvoglia di sua moglie.
E abituato era un parolone: non gliene faceva uno da quando la bambina ancora nemmeno parlava.
Cacciò via quelle immagini dalla testa e tornò su Vanessa che glielo stava leccando proprio in quel
momento.
Come un gelato: anche quello lo faceva con estremo entusiasmo.

Sarebbe rimasto così fino alla fine del viaggio, e oltre, con quella ragazza così tanto più giovane di lui che gli
succhiava le palle come non gliele succhiavano da una vita.
«Fermati, mi fai venire.»
«E non vuoi?»
Lo guardò con gli occhi da finta offesa, e il broncio.
Non ritenne necessario rispondere a parole.
Le fece rimettere in piedi, la fece voltare, la piegò in avanti affinché si appoggiasse contro il lavandino.
Le tirò su il vestitino, lasciando scoperto il suo meraviglioso piccolo culo rotondo.
Una deliziosa mutandina col pizzo, che glielo incorniciava così bene che sarebbe stato un peccato sfilarla.
Perciò la scostò solo, si sputò sopra la cappella e la fece scivolare nella fica già umida della ragazza.
«Se ti interessa, è anche la prima volta che scopo con uno sconosciuto.»
Diede altri tre o quattro affondi, poi lo tirò fuori e si svuotò completamente sul culo di Vanessa.
«Te l’avevo detto che era il tuo viaggio delle prime volte!»
Si accordarono per uscire uno alla volta dal bagno.
Lei andò fuori per prima.
Rimasto solo, Ettore prima pisciò, poi si sciacquò e si diede una sistemata.
Aveva un’espressione stanchissima, ma non si sentiva così bene da un sacco di tempo.
Quando tornò in carrozza, Vanessa era al suo posto.
Si era messa una di quelle mascherine da notte e sembrava essersi già addormentata.
Una volta al suo posto, Ettore si mise comodo e scivolò in un sonno profondo quasi istantaneamente.
Al suo risveglio, il treno stava entrando in stazione a Reggio, ma al posto di Vanessa non c’era più nessuno.
Forse la sua compagna di viaggio era già scesa.
Peccato, l’avrebbe salutata volentieri.