Gli ultimi cinque metri nella nebbia e sarebbe finalmente rientrato a casa.
Gino era stato fuori per lavoro per tutta l’interminabile settimana. Il pensiero di stravaccarsi finalmente sul suo amato divano lo mandava in estasi.
Molto meglio la sua villetta in pianura, nel nulla, nella nebbia più totale, piuttosto che lo stress frenetico a cui era sottoposto durante le sue interminabili trasferte di lavoro.
Quelle città piene di traffico, smog, gente ovunque.
No.
Diecimila volte meglio il suo paesino dimenticato da Dio.
La tranquillità: quella anelava, disperatamente.
Lasciò la macchina in garage, recuperò il trolley dal bagagliaio e finalmente entrò.
Casa dolce casa.
Le pantofole, abiti comodi, mise su un bel vinile, si versò un calice di vino e sprofondò nel suo adorato divano.
La sua pace.
A Gino quasi non sembrava vero…
E infatti.
Nemmeno cinque minuti di quiete, che dalla villetta accanto iniziarono ad arrivare rumori e un vociare concitato.
Quella casa, l’unica nel raggio di un kilometro, l’avevano acquistata da poco due ragazzi giovani, sui trent’anni.
Li aveva visti un paio di volte rientrare dalla spesa, o portare fuori il cane.
Più che una coppia di fidanzati, a prima vista, sembravano quasi fratello e sorella.
Eppure aveva sbirciato la nuova targhetta sul citofono: avevano cognomi diversi.
Lui si chiamava Pietro, lei Isabella.
Un nome adatto, aveva subito pensato Gino.
Bella di nome e di fatto: quella ragazza era davvero uno splendore.
Quella volta col cane al guinzaglio, quando si erano incrociati, gli aveva lanciato uno sguardo, e fatto un sorriso, che a Gino era quasi sembrato di avere vent’anni di meno, coetaneo di quella bellezza.
Una bambolina, con i capelli ricci in disordine, il nasino piccolo a punta e gli occhioni verdi spalancati.
Quella stessa bellezza, mentre lui provava a godersi la prima ora di quiete dopo una settimana di merda, stava litigando furiosamente col fidanzato, compagno, il cazzo che era.
Lui l’opposto di lei: smilzetto, stempiato, con un baffetto ridicolo come andavano di moda fra i giovani, si, ma a lui stavano veramente di merda.
Per quanto lei fosse solare, vivace e sorridente, lui sembrava appena uscito da un sacchetto della spazzatura.
Immaginarselo adesso, con quel vocione che stava facendo tremare la parete che condividevano le loro due case… Non gli sembrava vero.
Povera Isabella… E povero anche me.
Il vinile non lo aveva ascoltato, distraendosi per cercare di capire cosa si stavano gridando i suoi vicini.
Di sicuro quella più incazzata sembrava proprio la dolce Isabella.
Gli lascio altri dieci minuti di bizze domestiche, poi vado a citofonare.
Non fu necessario alzarsi dal divano: dal vialetto in comune arrivò il rumore di un motore d’auto che veniva acceso, poi due fari che si allontanavano nella nebbia.
Di nuovo la pace, e il silenzio.
Il silenzio, quantomeno: chissà chi dei due se n’era andato da casa, ma dall’altra parte non volava più una mosca.
Gino era una persona ansiosa e leggermente paranoica: i suoi adorati podcast crime lo avevano abituato a pensare sempre al peggio.
Un litigio passionale, uno spintone di troppo, la tragedia: lui che scappa nella notte, lasciando la sua donna riversa in una pozza di sangue.
E se la povera Isabella avesse avuto bisogno di lui?
Meglio andare a controllare.
Nel brevissimo tragitto che divideva le due case, Gino maledisse una decina di volte quello slancio di premura che lo aveva spinto ad abbandonare la comodità del suo divano.
Bussò.
In pochi istanti arrivò Pietro ad aprirgli.
Gino, imbarazzatissimo, maledisse la sua decisione malsana per l’undicesima volta.
Chiese se fosse tutto ok, ammettendo di aver sentito i rumori di poco prima.
Il ragazzo lo liquidò con una spiegazione approssimativa, dando la colpa delle urla e degli schiamazzi alla gelosia della sua compagna.
Come potrebbe una creatura così bella essere gelosa di un essere insignificante e gretto come te.
Si congedò e tornò dentro, lasciando Gino lì impalato come un coglione.
Quindi alla guida di quella macchina che scappava, poco prima, c’era lei.
Chissà dove se n’era andata a quell’ora.
Erano le 22:00 passate.
Gino, di nuovo nel caldo comfort del suo salotto, prese posto sul divano e finalmente riuscì a rilassarsi sulle note del suo vinile preferito.
Si rilassò talmente tanto che, dopo pochi minuti, scivolò in un piacevolissimo sonno.
Driiiin… Driiiiin…
Trasalì.
Lanciò uno sguardo all’orologio a pendolo sulla parete: era mezzanotte e mezza.
Qualcuno stava insistentemente suonando al campanello.
Chi cazzo può essere a quest’ora?
Il fastidio si trasformò in incredulità, prima, e poi in piacere.
Isabella davanti al suo uscio, in tuta, coi suoi soliti riccioli in disordine.
«Mi scusi per l’ora, Signor Luigi…Luigi giusto?»
«Solo Luigi, lascia stare il signore… Non restare fuori, fa freddo, entra.»
La giovane scivolò dentro casa.
Gli sembrò scossa, forse ancora per via del litigio di qualche ora prima.
Gliene spiegò il motivo: a dispetto di ogni previsione di Gino, era davvero come aveva sostenuto Pietro, quando era andato ad affrontarlo.
Venne fuori che Isabella era davvero gelosissima di quello sgorbio del suo compagno, che ficcanasando sul telefono di lui aveva trovato delle chat con altre ragazze che l’avevano mandata su tutte le furie.
Il fascino del cesso… O, forse, il caro Pietro ha 23 cm di cazzo.
Gino non riusciva a capacitarsene.
Isabella, di nuovo infervorata dal racconto, aggiunse dettagli sulla sua breve fuga.
«Avevo pensato di raggiungere delle amiche a Torino, ma poi mi sono resa conto di non essere presentabile. Allora ho guidato per due ore senza meta, solo per sfogarmi e cercare di tornare tranquilla.»
«E ci sei riuscita?»
La ragazza lo guardò con quei suoi occhi languidi, le belle labbra che si schiusero descrivendo una dolcissima smorfia.
Le sfuggì una risatina.
«Diciamo di sì. Il problema è un altro adesso.»
Era uscita di casa senza portarsi le chiavi. Aveva citofonato al suo compagno, ma quello niente.
«Ha il sonno pesante?»
«O forse vuole farmela pagare lasciandomi per strada.»
Gino le fece una camomilla calda e la invitò ad accomodarsi sul divano.
«Sei troppo gentile, non voglio approfittare. Proverò a chiamarlo di nuovo, o a scrivere a qualche amica per farmi ospitare.»
Dopo un quarto d’ora, da Pietro ancora nessun segnale e sembrava che nessuna delle sue amiche fosse sveglia per risponderle.
Il visino imbronciato di quella ragazza era irresistibile: gli fece quasi tenerezza.
Avrebbe voluto abbracciarla.
E gli sarebbe di certo piaciuto stringere quel bel corpo, caldo e arrabbiato.
Gli venne in mente che, dall’ultima volta che una donna era stata in casa sua, era trascorso quasi un anno: Paola, la sua ex, lo aveva lasciato dopo 4 anni di convivenza, per trasferirsi in Sicilia con quello che era stato il suo fidanzatino dei tempi del liceo.
Ci era stato malissimo, al punto che per mesi il desiderio sessuale non era stato altro che uno spettro.
Ma adesso, con Isabella sul suo divano, qualcosa gli si era risvegliato sul fondo dello stomaco.
Indossava un pantalone aderente di quelli che le ragazze usano in palestra: le disegnava le cosce nei minimi particolari, riusciva chiaramente a percepirne il tono, la muscolatura.
E il culo: piccolino e aggraziato, perfettamente rotondo.
Quanto avrebbe gradito infilarci un dito dentro e sentirla bagnarsi.
All’improvviso, il corpo di quella ragazza divenne l’unico pensiero nel cervello di Gino.
Si ritrovò a fissarla mentre quella tentava disperatamente di trovare un posto per trascorrere la notte.
D’improvviso, il genio.
«Scusa, ma perché non dormi qui? Ormai è tardi, non è il caso che guidi, per di più con questa nebbia!»
«Ma non voglio disturbarti ancora, ti sto già facendo restare sveglio…»
Stai tranquilla che, tanto, il pensiero del tuo culo mi terrà comunque sveglio per tante ore ancora…
«Vado a prepararti la camera degli ospiti. Tu, nel frattempo, perché non ti fai una bella doccia calda? Non c’è niente di meglio dopo una brutta giornata.»
Lei, a quella proposta, ripropose la smorfia tenera di poco prima, arrossendo.
Lo ringraziò per la sua enorme generosità e gentilezza, e alla fine accettò.
La accompagnò al piano di sopra, dove c’era anche la sua camera oltre a quella che avrebbe preparato per lei.
Le mostrò il bagno, le diede un accappatoio e delle ciabatte.
«Sei davvero un angelo Luigi.»
«Gli amici mi chiamano Gino.»
«E le amiche invece come ti chiamano?»
Stavolta quello che stava arrossendo era Gino.
Chiuse la porta del bagno, lasciandole un po’ di privacy.
Mentre le preparava il letto, non riusciva a non pensare al fatto che, in quell’esatto istante, la ragazza si stesse spogliando nel suo bagno, per infilarsi nella sua doccia.
Il letto era pronto.
Pochi minuti e quel corpo stupendo ci si sarebbe steso sopra.
Poteva sentirla canticchiare sotto la doccia.
Senza quasi rendersene conto, si ritrovò di nuovo davanti alla porta del bagno.
Non era più chiusa, ma solo accostata.
Eppure era sicuro di averla chiusa lui stesso.
Lo sguardo gli cadde dentro, sbattendo contro i vetri semi opachi della doccia.
Oltre di loro, la sagoma di Isabella era perfettamente intuibile, bella e sinuosa come se l’era immaginata.
Il culetto rotondo, le cosce, le tette… Si stava lavando i capelli e canticchiava.
Si stava rilassando.
Ne era felice, così tanto che, se fosse stato un altro, avrebbe colto la palla al balzo e si sarebbe unito a lei.
Ma Gino se ne restò buono, oltre la porta accostata.
La sua mano destra però non se ne era rimasta ferma: se la ritrovò senza accorgersene dentro le mutande.
Si strinse forte il cazzo, immaginando quanto sarebbe stato bello infilarlo in mezzo ai seni della sua vicina, guardarlo scorrere avanti e indietro facendole sbattere la cappella sulle labbra.
Non gli facevano un pompino da una vita, probabilmente non sarebbe durato più di due minuti.
Si segò forte, mentre la ragazza continuava a cantare sotto la doccia.
Si sentiva un pervertito, ma quel corpo bagnato, caldo, e l’immagine che si era costruito nel cervello della sua bocca piena di sperma furono un mix letale.
Gino si sborrò nei pantaloni.
Imbarazzatissimo, volò nell’altro bagno per darsi una ripulita.
Uscendo, si ritrovò Isabella davanti, accappatoio, ciabattine e asciugamano a mo’ di turbante per asciugarsi i capelli.
«Speravo avresti notato la porta socchiusa, mi avrebbe fatto piacere la tua compagnia.»