Pagare i debiti
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Pagare i debiti

«Ascoltami! Ti prego! Davvero, non è come credi!»
Giulio non la smetteva di implorare sua moglie, ma la donna era così incazzata che nemmeno lo guardava in faccia.
La vide agitarsi sul divano, poi scattare in piedi, recuperare una sigaretta dalla borsa e accendersela in modo nervoso.
Roberta aveva iniziato a fare avanti e indietro per la stanza: sembrava un animale costretto in gabbia.
Si sentiva un cretino: quella volta l’aveva fatta davvero grossa, e lei aveva tutte le ragioni per essere furibonda.
«Roby, ti prego, calmati! Lascia che ti spieghi come…»
«Cosa cazzo vuoi spiegarmi Giulio? Come sei riuscito a fotterti l’azienda?»
Scelte sbagliate, consigli che si erano rivelati poco saggi, acquisti imprudenti.
E così in pochi mesi, si erano ritrovati con un buco di bilancio di diverse decine di migliaia di euro.
«Ma è tutto sotto controllo, ti dico! Ho già trovato un modo per risolvere.»
Roberta gli lanciò un’occhiataccia e ripiombò sul divano.
«Non so se mi fa più paura questa tua affermazione o il fatto che rischi di farci finire in mezzo a una strada.»
«Devi stare tranquilla! Fidati di me.»
Per prima cosa, era riuscito a vendere un paio di orologi di un certo valore, mettendo insieme una discreta cifra.
Un altro po’ di soldi li aveva ricavati vendendo una moto d’epoca che era appartenuta a suo zio.
Gliel’aveva lasciata insieme alle sue quote nell’azienda di famiglia, alla guida della quale, alla fine, erano rimasti lui e suo cugino Ettore.
Erano coetanei, in pratica erano cresciuti insieme, ma fra di loro c’era sempre stata una certa, serpeggiante rivalità.
Giulio aveva cercato altre cose da vendere, o impegnare, ma inutilmente: ci avrebbe messo troppo tempo, e temeva che, per la fretta, si sarebbe fatto inculare per due spicci.
Perciò, in definitiva, la soluzione più rapida, anche se non la meno indolore, gli era sembrata quella di chiedere il resto del denaro ad Ettore.
«Avremmo potuto chiedere a mio fratello. Ti tratta di sicuro meno di merda di quel coglione di tuo cugino.»
Roberta odiava Ettore, ma lui odiava altrettanto cordialmente il fratello di sua moglie.
«Non esiste. Non mi faccio prestare soldi da un ragazzino di vent’anni.»
Che però aveva fatto una barca di soldi vendendosi un’app che aveva sviluppato coi compagni dell’università.
Lui, a 40 anni, era stato solo capace di rischiare di perdere quell’azienda che in pratica gli era piovuta dal cielo.
Si sarebbe sentito un fallito.

Non che Ettore lo avesse fatto sentire tanto diversamente.
«Il resto dei soldi me li ha prestati lui. Aveva della liquidità.»
«E non ha fatto storie? Non ti ha detto anche lui che sei un cretino sconsiderato?»
Lo aveva fatto, ma a Giulio non andava di ammetterlo davanti a sua moglie.
«E in quanto ti ha chiesto di restituirglieli?»
«Su questo è stato parecchio disponibile: mi ha detto che ho tutto il tempo che mi serve per mettere insieme la cifra.»
E, in effetti, Ettore su quel punto era stato sorprendentemente accomodante.
Roberta non pareva del tutto convinta.
«Tuo cugino è un serpente, è un viscido... Non mi fido di lui.»
Nemmeno Giulio si fidava, ma non aveva avuto altra scelta.
«Magari il Natale lo ha reso più buono.»
Già, Natale.
Giulio e Roberta erano stati invitati a una serata poker proprio a casa di Ettore.
I due cugini avevano fatto il liceo assieme, e avevano continuato a frequentare più o meno le stesse persone di quegli anni, almeno quelli che non erano andati via dal paese.
A sua moglie, manco a dirlo, il programma proprio non piaceva.
Oltre a odiare cordialmente Ettore, non trovava particolarmente simpatici neppure i loro comuni amici.
«Non mi va di trascorrere la serata con quella gente.»
«Sciogliti un po’ però amore. Che ti costa? Un paio di partite e andiamo via, te lo prometto.»
Quando arrivarono, tutti gli altri invitati avevano già preso posto al tavolo da gioco.
«Versatevi da bere, unitevi a noi.»
Il padrone di casa li accolse in maniera calorosa.
Oltre a sua moglie Oriana, per il resto erano tutti uomini.
Roberta corse a versarsi del vino, e raggiunse Oriana sul divano.
«Non contate su di noi, lasciamo il poker a voi maschietti.»
Prima di raggiungere l’altra, Roberta si avvicinò all’orecchio di suo marito: «Vedi di non farti scucire altri soldi.»
Dopo un paio di partite, Giulio era già sotto di 500 €; mezz’ora dopo la cifra era più che raddoppiata.
«Roby, ma come dobbiamo fare con questo imbecille di tuo marito?»
«Considerando quanto è sfortunato coi soldi, sarà fortunato in amore!»
«Porca puttana!»

Dal tavolo da poker si levò una risatina generale: ridevano tutti, tranne ovviamente il povero Giulio.
Oriana cercò di stemperare gli animi e sciogliere la seduta.
«Ragazzi si è fatto tardi, direi che ce ne possiamo andare tutti a nanna!»
Suo marito Ettore la liquidò con finto garbo: «Tu va’ pure amore, noi finiamo la bottiglia e poi ti raggiungo.»
«Anche io vorrei tornare a casa, sono parecchio stanca.»
Roberta fece per alzarsi dal divano, ma prima che potesse raggiungere l’appendiabiti per recuperare il suo cappotto, uno degli ex compagni di liceo di suo marito lasciò il tavolo da gioco e le si parò davanti.
«No cara, tu non puoi ancora andare via…»
«Già: dobbiamo finire questa mano… Lasciaci portar via qualche altro centone a tuo marito.»
Roberta, nervosissima, cercò con lo sguardo gli occhi di Giulio, ma lo vide ripiegato su sé stesso, con le carte in mano e un’espressione vuota stampata in viso.
«Giulio, andiamo! Vuoi venir via?»
«Non vuole… E non può.»
Ettore mise a tacere la donna, diede una pacca sulla spalla di suo cugino, che era seduto proprio accanto a lui, e fece cenno a uno degli altri uomini di versare a tutti un altro giro di cognac.
«Vedi, cara cuginetta, forse già lo sai, il tuo maritino qui mi deve un bel po’ di quattrini…»
Tutti i presenti se la ridevano sotto i baffi: evidentemente Ettore li aveva messi al corrente del debito contratto da Giulio.
Roberta non ci vedeva più dalla rabbia.
«Mi pare di aver capito che si è impegnato a restituirti tutto, appena possibile.»
«E’ quell’ “appena possibile” che mi dà da pensare. Renditi conto che, appena adesso, ha aggiunto altri duemila euro al suo debito… Non va proprio bene, caro cuginetto.»
Giulio era terreo in volto e non spiccicava parola: vederlo così umiliato e schernito glielo rendeva odioso.
«D’accordo: allora aggiungi questi altri soldi al conto. Appena possibile avrai anche quelli.»
Ettore abbandonò il suo posto al tavolo da gioco e andò verso di lei.
«I debiti di gioco a casa mia si pagano subito!»
«Domani mattina te li porto.»
Ma Ettore riportò al silenzio Giulio ringhiandogli contro.
«No! Non domani. Ora.»
Nella stanza calò il silenzio.
Ovviamente, né Giulio né sua moglie avevano con sé quella cifra in contanti.
«Dal vostro silenzio mi pare di capire che non riuscite ad onorare questo vostro ulteriore debito…»
Roberta con le lacrime agli occhi dalla rabbia, paonazza in volto, Giulio rannicchiato al suo posto, mentre gli uomini attorno a lui si finivano la bottiglia di cognac ridacchiando e Ettore si dava arie da tiranno.

«Ho una proposta per te cugino, ma ti chiedo di valutarla molto attentamente.»
Giulio tirò su col naso rumorosamente.
«Sai come funziona: quando uno non ha soldi per pagare i suoi debiti, di solito, si offre di compensare con un pagamento “in natura”.»
Ettore era arrivato a pochi centimetri da Roberta che, pietrificata, lo stava ascoltando.
Le accarezzò una ciocca di capelli, ma quella si scostò veloce per evitare di essere anche solo sfiorata da quell’uomo che le faceva tanto ribrezzo, quella sera come non mai.
«Ettore, ti prego, non dire assurdità…»
«Allora sei proprio un coglione! Non hai capito che non ti sto dando alternative: stasera non uscite da questa casa senza prima avermi dato qualcosa in cambio.»
«E cosa vorresti avere in cambio, sentiamo?»
Roberta temeva la risposta che le sarebbe arrivata.
Ettore la guardò famelico.
La scrutò dalla testa ai piedi, indugiando sul suo seno: la donna portava una quarta generosa, e il golfino semplice che indossava quella sera ne lasciava chiaramente intuire la forma rotonda e la consistenza carnosa dei capezzoli.
Si pentì di non aver indossato il reggiseno: d’un tratto si sentì completamente nuda.
Anche gli altri uomini si erano messi a fissarla con bramosia.
L’unico che non aveva il coraggio di alzare gli occhi su di lei era sua marito.
«Per prima cosa potresti rivolgerti a noi in maniera più gentile, stasera non ci hai rivolto nemmeno la parola.»
«La signora ci schifa, è palese…»
«Oh, ma alla signora le facciamo dare una bella calmata adesso.»
Alla distanza a cui era arrivato, Roberta riusciva a sentire il fiato alcolico di Ettore, che le stava praticamente respirando in faccia.
Le poggiò una mano sulla vita e iniziò a far correre le dita verso il seno, e la punta del capezzolo che già si intravedeva sotto la stoffa del maglioncino.
«Non oserai…»
«Sta zitto idiota! Ti propongo un accordo: adesso io mi faccio fare un pompino da tua moglie. Se la sborrata mi renderà soddisfatto, scaleremo un po’ di soldi dal tuo debito.»
Giulio piangeva in silenzio: i suoi “amici” seduti accanto a lui avevano iniziato a dargli del cornuto e a masturbarsi.
Ettore, dal canto suo, era passato a stuzzicare entrambi i capezzoli di sua moglie.
Furibonda, fuori di sé, che però stava rimanendo immobile sotto le mani di quel porco.
«E va bene, se…Se lei è d’accordo… Ma sii veloce, ti prego» implorò Giulio.

Ettore scoppiò a ridere fragorosamente, accompagnato dagli altri, poi si rivolse di nuovo a Roberta:
«Scommetto che hai le aureole enormi: sai, ho sempre sognato di succhiarti queste belle tettone.»
Lei lo guardò con ancora più odio, ma non si oppose quando l’uomo le scoprì il seno e afferrò uno dei suoi capezzoli fra le labbra.
D’altronde, anche quel verme di suo marito aveva dato il suo benestare.
Mentre Ettore succhiava di gusto, gli altri uomini al tavolo si masturbavano sempre più platealmente.
Dopo poco, uno di loro si alzò dal suo posto e raggiunse Ettore, ed entrambi si misero a mungere Roberta come fosse una vacca.
«Quanto dovrà durare questa atrocità?»
«Sai che non credo che la tua signora la pensi come te?»
Ettore infilò una mano nelle mutandine di Roberta.
Con poca delicatezza, strofinò due dita sulle sue grandi labbra, tormentò il clitoride e poi le inzuppo nella sua fica fradicia.
Dopo di ché, le estrasse fiero e le mostrò al cugino: «Guarda come si sta bagnando la sua troia.»
Roberta non opponeva resistenza e, dopo quel primo approccio, lasciò completamente la sua figa alla mercé di Ettore.
Lui e gli altri uomini la fecero sdraiare sul divano, e uno alla volta le affondarono il cazzo in gola.
Lei li accoglieva uno alla volta, affamata: leccava, succhiava, sputava sulle cappelle lucide che poi segava una per una con estrema dedizione.
Giulio se ne stava nel suo angolino fissando la scena: l’umiliazione non riusciva a contrastare l’enorme erezione che stava avendo, alla vista di cinque uomini che stavano usando sua moglie come una puttana.
L’apoteosi la raggiunse quando Ettore si sdraiò sul divano, col cazzo durissimo, e invitò Roberta a montargli sopra.
Quella eseguì l’ordine senza farselo ripetere due volte, e iniziò a dimenarsi per consentire al grosso membro di farsi strada dentro di lei.
Quando si fu completamente impalata sul cazzo, Gianni, uno degli altri presenti, le si posizionò dietro e le piantò il cazzo nel culo con un’unica spinta secca.
Roberta gridò dal dolore, ma dopo pochi istanti si lasciò possedere dai due uomini contemporaneamente, scossa in tutto il corpo da brividi di piacere.
Tutti gli uomini, uno alla volta, si svuotarono i coglioni, chi dentro di lei, chi sopra le sue enormi tette coperte di succhiotti e graffi.
Quando tutti ebbero finito, la donna si ritirò in bagno, si diede una pulita e poi tornò in salone per recuperare quel cornuto di suo marito.
Ettore si era acceso un sigaro.
Li guardò tronfio e soddisfatto.
«Direi che parte del debito puoi considerarlo estinto, caro cugino…»

Rimasti soli, Giulio scoppiò in lacrime, ma sua moglie non aveva parole di consolazione per lui.
«Lo sapevo che alla fine avrei dovuto toglierti io dai guai.»