Il sentiero nel bosco si faceva un po’ più buio ad ogni metro che la jeep percorreva.
Il fondo stradale non era dei migliori, e ad ogni buca centrata in pieno da uno pneumatico Oliver imprecava.
Per fortuna non mancava ancora molto secondo Google maps.
La casa che aveva preso in affitto era lontana all’incirca mezz’ora da Bolzano.
L’aveva scelta apposta: isolata, tranquilla, quello che serviva alla sua ispirazione per attivarsi.
Doveva consegnare il manoscritto al suo editore entro la fine di novembre, secondo quanto avevano pattuito nel loro contratto.
C’era quasi, l’aveva quasi finito…
Gli mancavano gli ultimi capitoli, ma sentiva distintamente che l’intuizione geniale, quella che ti svolta il lavoro e dà quel quid in più al romanzo doveva ancora arrivare.
E così aveva deciso di ritornare nei luoghi dove, per la prima volta, aveva avuto l’idea di iniziare quella trama.
Erano passati vent’anni dall’ultima volta in cui era stato da quelle parti.
Le montagne che si stagliavano imponenti verso il cielo nuvoloso, l’odore intenso del sottobosco, quell’aria un po’ tetra che sembrava ammantare ogni cosa.
Oliver spense il motore dell’auto.
La casa era come dalle foto, tutt’attorno non sembrava esserci anima viva, solo silenzio e natura.
La proprietaria, la signora Cristina, gli aveva chiesto di mettersi in contatto con lei una volta arrivato: gli avrebbe dato istruzioni su dove trovare le chiavi e ogni info utile per ambientarsi bene in casa.
«Maledizione non c’è campo!»
In quella landa desolata che si era scelto con tanta attenzione, il cellulare non prendeva nemmeno una tacca.
Ottimo per evitare distrazioni e seccature, meno in quel frangente.
«Salve, lei dev’essere il nostro ospite!»
Una ragazza sulla ventina era apparsa davanti all’uscio.
Oliver non le aveva sentito produrre il benché minimo rumore, eppure casa e bosco circostante erano avvolti nel più completo silenzio.
«Buon pomeriggio signorina, sono Oliver Keller, ho prenotato… Lei è Cristina?»
La ragazza gli andò incontro con la mano tesa.
Non faceva tanto freddo, eppure era tutta imbacuccata e indossava persino i guanti.
«Piacere signor Keller, io sono Cinzia, Cristina è mia cugina.»
Anche attraverso la lana del guanto, Oliver sentì chiaramente quanto la mano di Cinzia fosse fredda.
«Prego, le faccio strada. Ha bisogno di una mano con le valigie?»
Senza aspettare una risposta, la ragazza gli prese un borsone di mano e si incamminò verso la porta di casa.
Dentro era stato acceso il caminetto e c’era un bel tepore e l’odore intenso della legna che ardeva.
Cinzia si accinse a fare gli onori di casa.
«Cristina ha chiesto a me di venire ad accoglierla. Si scusa, ma stamattina era un po’ influenzata e non voleva prendere freddo.»
Gli mostrò il piano superiore, la sua camera da letto, dove tenevano la biancheria pulita e come fare a riattivare la vecchia caldaia qualora fosse andata in blocco.
Tornati di sotto, Cinzia si offrì di preparargli un tè.
«Quindi lei è qui per scrivere un romanzo se ho capito bene…»
Aveva degli enormi occhioni cangianti, fra l’ambra e il verde, e i capelli tanto ricci da sembrare cotonati, scuri e arruffati.
«Corretto, devo terminare il mio libro e ho deciso di farlo nella tranquillità dei vostri luoghi.»
A Cinzia scappò un sorriso quasi amaro.
«Fin troppa tranquillità, se posso permettermi!»
Lei lì c’era nata, cresciuta e pasciuta, lui le raccontò di come quel paesino remoto sulle Alpi gli era rimasto impresso nella mente da quando ci aveva trascorso l’estate dei suoi venticinque anni.
Dopo la laurea, con gli amici, all’avventura.
Durante i loro trekking avevano scoperto un posticino assurdo: la chiesetta del Morto.
Quel nome così evocativo aveva acceso come una luce nella sua mente.
«Ed è così che mi è venuta in mente l’idea per il mio racconto.»
«Mmmmm…»
Cinzia strinse fra le mani la sua tazza di tè fumante e strizzò gli occhioni.
«Devo dedurre che è una storia di paura…»
Oliver bevve un sorso di quel tè spettacolare che la ragazza gli aveva preparato, con quel retrogusto avvolgente e pieno di frutti di bosco e spezie.
«No no, nessuna storia di paura. Sono uno scrittore di gialli, l’horror non fa per me.»
«Non crede ai fantasmi?»
L’uomo rise di gusto.
«Beh, diciamo che crederci o meno non è importante, ma anche se ci credessi non penso che mi piacerebbe scriverne.»
La protagonista del suo racconto era una detective che indagava sulla morte misteriosa di una ragazza ritrovata in un bosco.
«Vorrà dire che la porterò immediatamente lì per stimolare la sua immaginazione.»
Cinzia finì di bere il tè, poi corse a riprendere il suo cappottone, la sciarpa, i guanti e il berretto.
Intendeva “immediatamente” in senso letterale.
Fuori l’aria era grigia e la temperatura era leggermente calata.
Oliver si strinse nel suo giaccone e si diresse verso la jeep.
«Non prendiamo l’auto, venga con me.»
Cinzia indicò l’inizio di un sentiero che si perdeva dentro il fitto del bosco.
«Lei è sicura che sia saggio avventurarsi nel bosco a quest’ora? Fra non molto farà buio.»
La ragazza gli sorrise maliziosamente, e la pelle candida e diafana delle sue guance per un attimo si accese di un delizioso color ciliegia.
«Andiamo! Non mi aspettavo che fosse un fifone! Ha detto anche che non crede ai fantasmi…!»
Oliver non credeva ai fantasmi, forse, ma al perdersi nel bosco perché il buio non ti fa più trovare il sentiero ci credeva eccome.
«Deve fidarsi di me! Sono anni che esploro questi boschi, li conosco meglio delle mie tasche.»
E nel dirlo iniziò ad incamminarsi fra gli alberi.
«Venga con me…»
Camminarono per un po’ stando in silenzio.
Cinzia lo precedeva di qualche passo, offrendogli una fantastica visuale dei suoi glutei intrappolati stretti all’interno dei leggings che indossava.
Gran bel culo indiscutibilmente.
Ma lei iniziò a parlare all’improvviso, distogliendo l’attenzione di Oliver dalle sue grosse natiche perfettamente rotonde.
«In realtà sto pensando che c’è un altro posto che potrei mostrarle, oltre alla chiesa…»
Cinzia si fermò e studiò il bosco attorno a lei con l’attenzione di un segugio.
Poi, d’un tratto, abbandonò il sentiero principale, quasi sparendo fra i tronchi degli alberi.
Oliver dovette mettersi a correre per non perderla di vista.
Dopo un tempo indefinibile sbucarono di fronte a un lago: gli alberi pian piano si erano diradati fino a rivelare quella pacifica e immobile distesa d’acqua.
«Sa come chiamano questo lago?»
Oliver scosse la testa, rapito dalla bellezza di quel paesaggio inaspettato.
Cinzia gli si avvicinò, tanto che riuscì a sentirne il profumo, lo stesso che emanava il tè che gli aveva preparato poco prima a casa.
«Il lago nero. Ho pensato che visto che le piacciono i nomi evocativi, avrebbe apprezzato questa deviazione imprevista.»
Aveva ragione.
Quel posto meraviglioso era esattamente il genere di luogo in cui la sua fantasia di scrittore si accendeva.
Oliver restò un po’ zitto a godersi la meraviglia di quella natura incontaminata.
Cinzia si sedette a terra accanto a lui a fargli compagnia in quel silenzio perfetto.
«Devo proprio ringraziarla cara Cinzia: era quello che mi ci voleva.»
La ragazza gli appoggiò una mano guantata sulla coscia.
Lo carezzò quasi distrattamente, delicata, impalpabile. La mano sempre fredda, leggera come una piuma.
Ormai mancava pochissimo al tramontare del sole.
Il tocco di Cinzia divenne più deciso.
«Sarà meglio tornare, fra non molto farà buio.»
Un ultimo sguardo a quel lago meraviglioso, poi i due si alzarono e presero la via del ritorno.
Da brava esploratrice, la ragazza aveva una torcia con sé.
Per fortuna, altrimenti si sarebbero ritrovati avvolti dall’oscurità dopo pochi metri.
Quell’atmosfera quasi spettrale, l’intenso odore della resina e delle foglie cadute avevano su Oliver uno strano effetto.
Si sentiva elettrico, entusiasta, ai limiti dell’eccitazione.
Non era solo l’immagine delle chiappe della sua guida avvolte dai leggings fascianti.
Dopo pochi minuti Cinzia si fermò di colpo.
Riprese a guardarsi intorno come un cane da caccia che fiuta la sua preda, scrutando fra gli alberi per cercare il sentiero che solo lei conosceva e solo lei avrebbe potuto ritrovare.
«Non ci saremo mica persi?»
La ragazza si voltò verso di lui con un dolcissimo sorriso stampato sul volto: con quel buio, i suoi occhioni enormi brillavano di una luce indescrivibile.
Il suo sguardo fece un certo effetto, e Oliver sentì il cazzo irrigidirsi nei pantaloni.
Lei gli tese la mano.
«Signor Oliver, ma allora lei è davvero un fifone!»
Imbarazzato, oltre che eccitato a morte, Oliver si lasciò trascinare dalla sua bella accompagnatrice in mezzo agli alberi.
«Mi stavo solo orientando. Le avevo detto che poteva fidarsi di me o sbaglio?»
In pochi minuti ritrovarono il sentiero, e da lì, dopo un po’ di cammino, la strada per tornare a casa.
«La ringrazio, è stata davvero una piacevolissima passeggiata.»
«Nonostante il timore di smarrirsi nel bosco?»
«Nonostante quello!»
Si sentiva ancora pieno di adrenalina.
«Ma perché non entra e mi fa compagnia per un bicchiere di vino? Ho portato una bella scorta, anche quello mi aiuta molto a scrivere.»
Lei accettò di buon grado.
Il fuoco nel camino era ancora vivo e scoppiettante.
Oliver stappò uno dei suoi rossi preferiti e recuperò due calici, e quando tornò in soggiorno, trovò Cinzia che si era liberata dei suoi cento indumenti pesanti e si era accomodata sul tappeto, davanti al focolare.
Senza berretto i suoi ricci erano di nuovo vaporosi e selvaggi.
Era rimasta solo coi suoi ottimi leggings e una camiciona a quadri larga ma deliziosamente sbottonata sul decolté.
Prima di prendere posto accanto a lei, dall’alto, Oliver buttò un occhio nella scollatura e si godette lo spettacolo di quei due seni piccoli e tondi.
Il suo cazzo tornò a far avvertire prepotentemente la sua presenza.
Cinzia era un’ottima compagnia e una gran bevitrice.
Si scolarono una bottiglia intera in poco meno di mezz’ora e lei sembrava essere ancora perfettamente lucida.
Oliver al contrario si sentiva sempre più leggero, felice… Ed eccitato.
«Spero che la nostra passeggiata le abbia dato delle belle idee per ultimare il suo romanzo.»
Erano seduti come poco prima, al lago.
Lei accanto a lui, di nuovo con la sua mano sulla coscia.
«Molto più che belle. Ma poi non mi hai portato alla chiesetta del morto.»
Le dita della ragazza gli sembravano inesorabilmente dirette verso la patta dei suoi pantaloni.
Non poteva non aver notato la sua erezione, eppure continuava ad indugiare lungo il suo interno coscia.
«Posso chiederle di farmi da guida anche domani?»
Cinzia tornò a fissarlo con i suoi occhioni languidi.
«Potrei quasi proporti di andare adesso.»
Si alzò in piedi, come aveva fatto quel pomeriggio dopo il tè.
Ma stavolta non corse a prendere il cappotto.
Lentamente si sbottonò la sua camiciona a quadri, liberando le sue bellissime tette.
Poi fu la volta dei leggings, che scivolarono giù rivelando una piccola fessura sormontata da un cespuglietto di peli ricci e scuri come i capelli.
Cinzia aprì la porta ed uscì sculettando sul patio, nuda, con solo gli anfibi ai piedi.
Oliver si rialzò da terra quasi in trance, rapito dalla bellezza della scena a cui stava assistendo.
Fuori era buio e la pelle di Cinzia era bianchissima, quasi di perla sotto la luna.
Il suo culo rotondo si stava dirigendo ondeggiando verso il bosco e lui, totalmente in estasi, lo stava seguendo.
Quando lo raggiunse era così eccitato che fece giusto in tempo a tirarlo fuori dai pantaloni.
La fece chinare contro un albero, le sollevò i glutei e schiuse il suo buchetto peloso con il pollice imbevuto di saliva.
Gli ficcò il cazzo dentro tutto in una volta, ma riuscì a chiavarla solo per pochi minuti, perché l’eccitazione era troppa e la voglia di riempirla lo stava facendo impazzire da quando l’aveva seguita come uno scemo nel bosco durante la loro escursione.
Le svuotò dentro la fica fino all’ultima goccia di sborra che aveva nei coglioni, gemendo come un pazzo nel silenzio del bosco, mentre lei si contorceva dal piacere sotto gli ultimi colpi.
«Torniamo dentro a trovare qualche altra ispirazione per il mio romanzo.»
L’indomani, al suo risveglio, Oliver era solo e nudo sul divano.
Il fuoco si era spento, i suoi vestiti erano sparsi sul pavimento.
Lei non era più in casa, ma poteva ancora sentire la pelle e il culo di Cinzia sotto le sue mani.
Non si sarebbe alzato, per continuare a godersi quella sensazione, ma il telefono stava squillando senza sosta.
All’improvviso aveva deciso di rimettersi a funzionare.
«Signor Keller buongiorno! Finalmente!»
La signora Cristina.
«Aspettavo una sua chiamata ieri. Per caso ha deciso di non venire più?»
Oliver era confuso.
«Veramente sono arrivato ieri come d’accordo. Pensavo che sua cugina l’avesse avvisata del mio arrivo.»
Dall’altra parte del telefono tutto tacque per qualche istante.
«Mi perdoni, come ha detto?»
Oliver tornò a sedersi sul divano e ripetette alla padrona di casa quanto le aveva appena detto.
«Cinzia era qui quando sono arrivato. Mi ha anche detto che lei si era sentita poco bene, anzi, spero stia meglio adesso. Avrei dovuto avvisarla io personalmente, mi perdoni.»
«Signor Keller, mi scusi… Per curiosità, com’era fatta questa Cinzia?»
Oliver le descrisse la ragazza, omettendo però quanto avesse trovato bello il suo culone e deliziose le sue tette.
«Deve essere un brutto scherzo di cattivo gusto: mia cugina Cinzia è morta più di vent’anni fa, durante un’escursione nel bosco.»
Ad Oliver Keller cadde il telefono di mano, e la stanza attorno a lui gli sembrò d’improvviso insopportabilmente fredda.