«Non aspettarmi a cena stasera, ho un appuntamento.»
Anna non aveva voglia di cenare con la sua coinquilina: la sera prima ci aveva litigato.
Oddio, forse litigato era un parolone.
Avevano avuto l’ennesima discussione, ma ormai quelle erano all’ordine del giorno, alla fine nemmeno ci facevano più caso.
Erano entrambe single, quindi capitava spesso che si ritrovassero a fine giornata per cucinare insieme e passare la serata davanti a Netflix.
L’ appuntamento ovviamente se lo era inventato di sana pianta.
Capirai: non scopava da mesi, quasi nemmeno se lo ricordava più come fosse fatto, un cazzo.
Dopo la fine della sua ultima relazione, se ne era ben guardata dall’approcciare qualcuno.
Poi: di giorno era sempre in ufficio, era contraria ai rapporti sul luogo di lavoro e in più, da lei, i colleghi erano tutti poco attraenti.
Due volte a settimana riusciva ad andare in palestra, ma se c’era una cosa che proprio gliela faceva seccare erano i maschi che si pompavano facendo gli esercizi davanti agli specchi, con le loro espressioni affaticate e quei mugolii di sforzo fastidiosi.
«Non è che mi starai diventando frigida? Dai, non sei ancora così vecchia!»
Questa affermazione gliela aveva spiattellata in faccia con molta nonchalance Clarissa, la sua coinquilina, qualche sera prima, durante un aperitivo con dei suoi amici.
Clarissa aveva quasi dodici anni meno di lei e apparteneva a quella schiera di persone convinte che dire le cose crude, senza filtri né riguardi, sia una virtù, purché si possa nascondere tutto dietro la rassicurante etichetta del “dire la verità”.
Anna dal canto suo era molto suscettibile, perciò anche in quell’occasione, fra le due era nato un battibecco.
Quella volta se l’era presa particolarmente perché l’indelicatezza gliel’aveva detta mentre erano in compagnia dei ragazzi del ristorante dove anche Clarissa lavorava.
Tutti piuttosto carini, con un’età variabile dai venticinque ai ventisette anni.
E ad Anna quelli più giovani di lei piacevano parecchio.
Eppure Clarissa aveva pensato che fosse una buona idea darle della vecchia quella rara volta che aveva l’occasione di vederne qualcuno in un contesto rilassato.
Finita la giornata di lavoro perciò, Anna uscì dall’ufficio e si mise a camminare senza meta piuttosto che tornare subito a casa da Clarissa.
Al cinema in centro non davano nessun film interessante, altrimenti sarebbe stato un buon modo di impiegare un paio d’ore.
E poi il tempo non era granché: le nuvole grigie in cielo lasciano presagire un temporale imminente.
Quando le prime gocce le arrivarono in faccia, Anna fu costretta a infilarsi nel primo bar disponibile.
Non andava tanto spesso in quella zona della città, ci mancava da un pezzo…
Camminando camminando, era finita in piena zona universitaria.
Atmosfera informale, età media piuttosto bassa.
Erano le 19:30 e un paio di tavolini erano occupati da gruppetti di ragazzi che facevano aperitivo.
Si diresse al bancone.
«Un Negroni, per favore.»
Il barista lo preparò in un lampo e glielo mise davanti con due arachidi e qualche patatina.
Un po’ misera come proposta.
Dopo i primi due sorsi del suo cocktail, già sentiva la testa più leggera.
«Ti facevo più tipa da prosecchino.»
Quando Anna si girò, ci mise qualche secondo prima di capire chi fosse il ragazzo che le aveva rivolto la parola.
«Ci conosciamo? La tua faccia non mi è nuova…»
Il ragazzo scoppiò a ridere.
Era un bel tipo, molto alto, col fisico asciutto e i capelli un po’ lunghi raccolti in un man bun.
Indossava un pantalone di cotone ampio e una camicia di lino altrettanto larga, scollata sul petto.
Smise di ridere e restò a fissarla, come se volesse darle il tempo di riconoscerlo o ricordarsi di lui.
«Dai, a questo punto inizio a ritenermi offeso!»
Nulla.
Anna diede un altro sorso al suo Negroni.
Tabula rasa.
«Devi scusarmi, non sono molto fisionomista.»
Il ragazzo si sedette allo sgabello accanto al suo e si ordinò da bere.
Quando la pinta gli venne servita, bevve un lungo sorso e non appena allontanò il boccale dalle labbra, leccò via i baffi di schiuma che gli si erano formati sopra i suoi.
«Sono Matteo, ero a casa vostra qualche sera fa… Sono il collega di Clarissa!»
Matteo!
Era uno dei ventiseienni che avevano assistito al simpatico siparietto di Clarissa che le dava della vecchia frigida.
«Vero! Come ho fatto a dimenticarmi di te!»
Matteo stava frequentando dei corsi e, alla fine delle lezioni, gli piaceva passare per una birra defaticante proprio in quel bar.
Chiacchierarono del tempo, del lavoro, degli studi, amabilmente, per circa un’ora.
Poi all’improvviso Anna realizzò: «Non dire a Clarissa che mi hai trovato qui stasera.»
Il ragazzo parve confuso.
«Mi sono inventata un fantomatico appuntamento, per non tornare subito a casa post lavoro… Ieri sera ci ho litigato.»
Matteo diede un altro sorso alla sua birra.
Peccato: la schiuma nel frattempo era finita.
«Beh, sì, ho notato che avete entrambe un bel caratterino...»
Bevve di nuovo.
«Non le dirò niente, sarò omertoso... Oppure facciamo che il tuo appuntamento di stasera sono io!»
Anna lo osservò attentamente, ma non le parve di cogliere ironia nella sua espressione.
«Mi piacciono le persone intraprendenti.»
«E cos’altro ti piace?»
Ormai il suo Negroni era quasi finito.
Senza aver toccato cibo prima di bere, si sentiva spudorata come solo una mezza sbronza riesce a farti sentire.
«Tante cose... Le sere piovose, i bar sconosciuti, i Negroni a stomaco vuoto, i bei ragazzi incontrati nei suddetti bar sconosciuti…»
Matteo finì la sua birra.
«E sai invece a me cosa piace?»
Lei scosse la testa.
«Le donne più grandi di me che sembrano avere tanta, tanta voglia di scoparmi.»
La fece arrossire, ma aveva ragione.
«Ti offrirei un altro giro, ma mi sa che hai già bevuto il giusto.»
La aiutò a smontare dallo sgabello altissimo offrendole il braccio.
«Che ne dici se cambiamo posto? Magari andiamo a mangiare qualcosa.»
Fuori ancora pioveva.
«Facciamo una corsa, ho la macchina parcheggiata qui dietro.»
Raggiunta l’auto, erano bagnati fradici entrambi.
Matteo accese al massimo il riscaldamento.
«Prova ad asciugarti un po’. Forse nel borsone del basket ho qualcosa da prestarti.»
Per recuperare il borsone sul sedile posteriore le passò vicinissimo: aveva un buon profumo.
«Ottimo, ho due magliette.»
Una gliela porse, l’altra se la buttò sulle cosce.
Con un unico gesto, nonostante lo stretto abitacolo dell’auto, si sfilò la sua camicia di lino zuppa d’acqua.
E rimase a torso nudo, senza infilarsi subito la maglietta asciutta.
«Ti porto a mangiare qualcosa?»
«Se non ci fosse Clarissa, ti porterei casa mia, cucinerei io qualcosa…»
Matteo le sorrise.
«Maledetta Clarissa… Così me la farai prendere sul cazzo.»
Immediatamente Anna trasformò quella metafora in un’immagine nel suo cervello: salire fisicamente sul cazzo di quel ragazzo e farselo scivolare tutto dentro.
Iniziò a sbottonarsi la camicetta.
«Se ti giri un attimo posso cambiarmi.»
«Non credo tu sia timida.»
Non lo era… E il modo in cui lui la guardava stava facendo il resto.
Pochi istanti dopo era rimasta solo con il reggiseno.
L’aria calda aveva riscaldato l’ambiente, e forse non solo quella.
«Visto che casa tua è off, scegli un altro posto dove mangiare qualcosa.»
Anna fece finta di pensarci.
«Cosa mangeresti?»
Sembrava troppo banale rispondere Te, perciò la ragazza si fece coraggio e gli andò vicino.
Posò le mani sulle cosce di Matteo: si sentiva che era allenato.
Si sentiva e si vedeva.
I pantaloni erano anche quelli più che zuppi.
«Dovresti toglierti anche questi, sono fradici...»
«Si, hai ragione, dovrei... Ma qui?»
La sua Golf era parcheggiata in una strada secondaria, ma erano pur sempre in città.
«Spostiamoci in un posto più tranquillo…»
«Ne conosco uno qui vicino.»
Matteo mise in moto.
Percorsero meno di 5km, ma le sembrò un’infinità di strada: per tutto il tempo, Anna restò a guardarlo guidare, sempre solo in reggiseno.
«Perché non inizi a toccarti?»
Non se lo fece ripetere due volte.
Si sfilò le mutandine e le fece scivolare attorno al cambio.
Divaricò leggermente le gambe e, sempre fissandolo, fece scendere una mano giusto in mezzo.
Matteo teneva gli occhi sulla strada ma, a quel puntò, iniziò a distrarsi per guardarla.
«Porca puttana!»
Anna continuava a toccarsi, fermandosi solo per infilarsi le dita in bocca per inumidirsele, e poi ricominciava…
«Non avevi detto che era vicino?»
«Ci siamo quasi...»
«Io no, invece. Penso che ti ci dovrai dedicare un po' tu.»
La Golf di Matteo stava rallentando.
«Merda!»
Un grosso parcheggio, a ridosso di un parco, in periferia.
Quand’era più giovane c’era stata anche lei a scopare, con il suo fidanzatino dell’epoca.
Era tanto che non faceva sesso in auto, ora che ci pensava.
Ma era così eccitata…
«Qual è il problema?»
«Di solito c’è meno gente...»
«Ah, “di solito” … Perciò devo dedurre che ci vieni spesso.»
Si scambiarono uno sguardo, mentre lui parcheggiava il più lontano possibile dalle 3 o 4 macchine già in postazione.
«Anche io ho dei coinquilini che non mi lasciano privacy, cosa credi! Non sarai mica gelosa?»
Appena la macchina fu ferma, Anna montò sopra di lui.
Aveva il volante nella schiena, ma non le importava: in compenso riusciva perfettamente a sentire il cazzo di lui contro la sua fica.
Il cotone dei pantaloni era tutto bagnato, e probabilmente Matteo non indossava gli slip.
Se ne voleva sincerare.
Non era una posizione comoda, ma da lì riusciva a segarglielo guardandolo negli occhi, a un centimetro dalla sua bocca.
«Sai che stavo pensando a te che mi facevi una sega dalla sera dell’aperitivo?»
Anna cambiò ritmo, scendendo più in giù e cominciando a sfiorargli anche le palle.
«Ah sì?»
«Quando hai iniziato a rispondere in maniera stizzita a Clarissa ho pensato che fossi tutt’altro che vecchia e frigida.»
Le infilò la lingua in gola e per un po’ non smisero di baciarsi.
«Non ce la faccio più.»
Matteo aprì lo sportello e le diede una pacca per farla scendere.
Aveva smesso di piovere.
Dopo di lei, saltò giù dalla Golf anche lui.
Senza parlare, la prese per la nuca e la fece chinare in avanti, con le braccia appoggiate sul sedile.
Tirò sopra la gonna e con un dito iniziò a stuzzicarle il clitoride, avvolgendola da dietro.
«E le altre macchine? Così ci vedranno.»
Matteo parve non sentirla nemmeno.
Con il dito iniziò a farsi strada dentro di lei e, quando gli sembrò sufficientemente dilatata e bagnata, lasciò posto al cazzo.
Era enorme: se n’era accorta già mentre glielo toccava da sotto al pantalone.
Ma sentirlo dentro era tutta un’altra cosa.
L’ultima volta che aveva scopato era stato col suo ex, che non si avvicinava nemmeno lontanamente a quelle dimensioni.
Andò avanti per un po’, senza parlare, dandole solo dei gran colpi.
Ad ognuno le sembrava che quella grossa mazza entrasse più in profondità dentro di lei.
Non ci mise tanto a venire: le scappò un gemito particolarmente forte, poi portò il bacino all’indietro per non squirtargli sul sedile.
La cosa dovette eccitarlo parecchio, perché Matteo le assestò altre due spinte, dopodiché tirò fuori il cazzo e le venne sul culo.
«Chissà se qualcuno ci ha visto o sentiti.»
Matteo risalì in macchina con un sorriso soddisfatto e ammiccante stampato sulla faccia.
«Nel caso, buon per loro, sarà stato un gran bello spettacolo.»
Se ne andarono dal parcheggio pochi minuti dopo, si era fatto tardi.
La riaccompagnò sotto casa, nel frattempo aveva ricominciato a piovere a dirotto.
«Quindi com’è andato il tuo appuntamento di stasera?»
Anna rispose con una smorfia: «Niente male!»
Le diede un bacio sulla guancia.
«Salutami Clarissa.»
«Manterrai il segreto?»
«Solo se ti lasci scopare di nuovo, prossimamente...»