Un Direttore Esigente
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Un Direttore Esigente

Ester entrò in sala riunioni visibilmente turbata.

«Ragazzi, non potete capire cosa è appena successo.»

Raccontò a tutti i suoi colleghi redattori di come il loro capo Alfredo li avesse piantati in asso, di punto in bianco, licenziandosi appena una settimana prima dell’inizio del Festival.

Era uno dei momenti peggiori per il loro lavoro: restavano ore e ore al pc, a scrivere una news dopo l’altra, per 9 interminabili giorni.

Alfredo, a quanto pareva, aveva provato ad evitarla, chiedendo di sfruttare un po’ di ferie non godute, ma il direttore non aveva voluto saperne.

Così avevano litigato di brutto, e alla fine Alfredo aveva mandato platealmente a fare in culo il direttore, proprio mentre lei stava entrando nel suo ufficio coi loro caffè.

«Gliene ha dette di tutti i colori, non potete capire. Max se ne stava lì impalato, e Alf sembrava impazzito.»

«Devi esserti persa qualcosa, non può aver reagito così male solo per le ferie.»

«Ma me l’ha detto Max!»

Nessuno di loro poteva biasimare Alfredo, comunque: il loro lavoro era già tosto normalmente, ma in quei giorni lo stress a cui Max il direttore li avrebbe sottoposti sarebbe triplicato.

Un uomo per niente simpatico.

Li trattava malissimo, ogni volta con le sue pretese assurde e i suoi modi da tiranno.

Ogni mese sceglieva una vittima sacrificale, un povero sfortunato che gli avrebbe fatto da zerbino.

Poiché era troppo tirchio per assumere altro personale, non avevano una segretaria, né qualcuno che si occupasse delle pulizie.

Il lacchè del mese, perciò, doveva sobbarcarsi anche quei lavori…

Quel mese la “fortuna” era toccata ad Ester.

Era la più giovane di tutti lì: alla sua prima esperienza di lavoro, quando aveva trovato posto nella redazione del suo magazine preferito non le era sembrato vero.

Eppure, adesso, il giorno in cui era entrata sorridendo dalla porta dell’ufficio le sembrava lontanissimo.

Il caos prima del festival

Max sembrava trovarci particolarmente gusto nel torturarla con mille incombenze all’ora.

Che sfiga che il mese del festival fosse toccato a lei: in pratica avrebbe finito col vivere per dieci giorni in redazione.

La settimana senza Alfredo fu tremenda, perfetto preludio prima dell’inizio della manifestazione: regnava la disorganizzazione più totale, gente che scriveva articoli che non gli erano stati assegnati, pubblicazioni saltate, altre in ritardo.

L’umore di Max peggiorava giorno dopo giorno.

«Siete una banda di incompetenti, senza il vostro caro capo redattore non siete in grado di fare una O col bicchiere, cazzo.»

Aveva ridistribuito i ruoli, ma senza benefici: il caos continuava a regnare sovrano.

Il giorno della vigilia dell’inaugurazione, arrivò in redazione con la faccia più incazzata che gli avevano mai visto.

«Per colpa vostra ho deciso di restare qui. Non partirò per il Festival: siete un casino, incompetenti e disorganizzati…Mi vedo costretto a restare a sorvegliarvi.»

Quello sarebbe stato il secondo Festival in redazione per Ester.

L’anno precedente, quel periodo era stato infernale, se ne ricordava perfettamente, anche se era arrivata da poco.

A detta dei suoi colleghi, però, il fatto che Max lasciasse la città per seguire l’evento da vicino, dava loro almeno la possibilità di respirare un po’.

Questo ci farà il culo!

E andò esattamente così.

Alla fine del primo giorno, il caro direttore mandò via due colleghi di Ester, Paolo e Gianni, troppo lenti e poco sul pezzo a detta sua.

Il secondo giorno causò una crisi di panico a Giusy, la sua vicina di scrivania, e qualche ora dopo videro correre via in lacrime Serena, una delle storiche della redazione.

Ogni giorno era più stancante e terribile di quello precedente.

La notte in ufficio

Ester faceva turni sfiancanti: arrivava all’alba e non andava via prima delle 23:00.

Il venerdì sera, mentre tutti si preparavano per tornare a casa, a lei sarebbe toccato rimanere per mettere in ordine la redazione, dare una pulita e terminare due articoli che le erano stati assegnati da Max in persona giusto 10 minuti prima della fine dell’orario lavorativo.

Si dedicò prima a quelli, poi si armò di aspirapolvere e stracci e iniziò a pulire.

I suoi colleghi erano dei porci: anche una squadra di inservienti ci avrebbe messo un paio d’ore per ripulire il macello che c’era in redazione.

Era quasi l’una quando finì.

In ufficio ovviamente era rimasta da sola: che gran differenza rispetto al trambusto che regnava normalmente.

Un po’ per godersi quell’insolita quiete, un po’ per la stanchezza della giornata, Ester decise di stendersi sul divano della saletta relax.

Mi rilasso 10 minuti, giusto 10… Sono troppo stanca per mettermi a guidare.

Mai quel divano le era sembrato più comodo.

Crollò in un istante, ma il relax durò poco.

Le chiavi che giravano nella serratura della porta d’ingresso annunciarono l’arrivo di qualcuno.

«Shhh fai piano, e se ci sentissero?»

«Tranquilla, a quest’ora non c’è più nessuno. Gli idioti sono andati via.»

Erano entrati un uomo e una donna, e lei rise quando il suo accompagnatore se ne uscì con quel commento.

Ester aveva riconosciuto la voce dell’uomo: era di certo Max.

La scoperta

La ragazza rimase ferma al buio, nella stanzetta relax, senza saper bene cosa fare.

Che ci faceva il direttore a quell’ora?

E chi era la donna insieme a lui.

Seguirono rumori e versi decisamente inequivocabili: i due, nel corridoio si stavano baciando.

Sentiva la donna ansimare sommessamente, con dei rantolii di piacere che sembravano istigare Max a continuare quello che le stava facendo.

Hai capito lo stronzo! Si porta l’amante in ufficio!

Ester era troppo curiosa di dare un volto alla donna che il suo capo si stava limonando.

Decise di raggiungere la porta e dare una sbirciatina.

Si alzò piano, iniziò a spostarsi in punta di piedi, cercando di non fare rumore… Ma non vide la sedia lì accanto a lei, la urtò e fece un casino della madonna.

«Chi c’è?»

Cazzo che figura di merda!

Max irruppe un attimo dopo in saletta: aveva la camicia quasi del tutto sbottonata, i pantaloni slacciati e la cintura che gli penzolava attorno ai fianchi.

Era un bell’uomo, fissato con la palestra, decisamente in forma e affascinante, ma a causa della sua stronzaggine Ester non si era mai soffermata più di tanto su questi dettagli.

«Graziani che ci fa lei a quest’ora ancora qui?»

Se lo sarebbe aspettato più incazzato.

Osservò meglio il direttore, prima di rispondergli.

Forse per la fretta di capire cosa aveva causato il rumore, aveva rimesso male l’uccello nelle mutande, ed Ester non poté fare a meno di notare la sua enorme cappella rossa e bagnata che faceva capolino proprio sopra l’elastico dei boxer.

«Io… Veramente…»

«A parole sue signorina, non ho tempo da perdere.»

Dicendolo si sistemò il pacco: sembrava essere davvero grosso.

«Mi scusi direttore, ho finito poco fa di pulire tutto.»

Max la guardò in modo strano, e di nuovo si passò una mano sui genitali, stavolta più lentamente.

«Cara vieni, ti presento una dei miei idioti!»

La donna nel corridoio li raggiunse ed entrò anche lei nella saletta relax.

Non troppo alta, fisico asciutto, forse coetanea del direttore.

Se non fosse stato per i capelli riccissimi e rossi non l’avrebbe riconosciuta.

Ma questa è Katia, la moglie di Alfredo!

Un gioco inaspettato

«Max, dai, non essere tanto stronzo con questi ragazzi! Guardala lei, sembra un pulcino.»

E in effetti Ester, con il suo caschetto biondo, gli occhioni scuri e quell’aria da ragazzina smarrita si sentiva proprio così in quel momento.

«Ti piace lei?»

«Perché, vuoi dirmi che a te non piace? Quelle della sua età sono così tenere e dolci… Mi dà l’idea di una che se le infili due dita nella fica ti viene in mano dopo mezzo minuto.»

Il direttore e la sua amante iniziarono a baciarsi, come se lei non fosse lì con loro.

Lui con una mano le stringeva forte un fianco e con l’altra frugava nella sua scollatura con passione.

Le leccò tutta la faccia e strizzò forte un capezzolo della donna fino a farla gemere.

«Vuoi scopartela?»

Katia gli appoggiò una mano sul cazzo, poi entrambi si voltarono a guardare Ester, bloccata e senza parole in quella situazione imbarazzante, ma anche estremamente erotica.

Non aveva mai pensato di trovarsi coinvolta in un momento così, tantomeno con gente tanto più grande di lei…

Figuriamoci col suo capo.

«Cosa ne pensi cara, ti piacerebbe giocare un po’ con noi?»

Ester non disse niente.

Sembrerò una cretina.

«Graziani, andiamo cazzo. Rispondi quando ti fanno una domanda!»

Si sentì andare a fuoco le guance.

«Insomma Max!»

La moglie di Alfredo si avvicinò ad Ester in modo sinuoso: aveva un vestito nero, che Max le aveva abbassato lasciandola mezza nuda, i tacchi alti a spillo e quella cascata di ricci rossi che le arrivavano quasi alla vita.

«Non badare ai suoi modi, ogni tanto resta prigioniero del suo ruolo.»

Katia iniziò ad accarezzarle i capelli, come se fosse un cucciolo a cui arruffare il pelo.

«Perché non vi baciate?»

La donna le poggiò la lingua sulle labbra fino a che non le schiuse.

Iniziò ad esplorale la bocca ed Ester si sentiva piena della sua saliva.

«Cara, sai cosa mi farebbe davvero impazzire?»

Katia non smise di baciarla, ed entrambe attesero che l’uomo rispondesse da solo alla sua stessa domanda.

Chiese alla sua amante di sedersi sul tavolo in mezzo alla sala e di sfilarsi le mutandine.

Ester se la ritrovò davanti con le gambe aperte, le cosce toniche e una fica perfettamente depilata.

Il direttore le affidò un altro compito quel giorno, ma niente affatto spiacevole come tutti gli altri.

Ester dovette provare, per la prima volta nella sua vita, a leccare una donna.

Non aveva mai assaggiato una fica, e se all’inizio si sentiva intimidita e un po’ a disagio, ad ogni leccata si scioglieva un po’ di più…

E quando Katia iniziò ad ansimare forte, Max le raggiunse.

Lo sentì fermarsi dietro di lei, ed appoggiarle qualcosa di estremamente duro proprio contro il culo.