Lo Stagista (parte 6) - Novanta gradi
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Lo Stagista (parte 6) - Novanta gradi

[Parte 5]

Un giorno diverso dal solito

Quello poteva sembrare un giorno come tutti quanti gli altri: il solito traffico, il solito caos del centro, le solite facce di merda dei soliti colleghi super esauriti…

Di diverso rispetto a tutti gli altri giorni c’era solo la gabbia attorno al suo cazzo.

Marco si sentiva l’ombra di sé stesso.

Non aveva dormito quasi per niente la notte prima.

Ci aveva messo un’eternità a prepararsi: gli sembrava che nessun pantalone fosse sufficientemente largo da non lasciar trapelare il suo imbarazzante segreto.

Aveva un piano ben preciso: rintanarsi nell’ufficio degli stagisti e restare alla scrivania, cercando di evitare il più possibile ogni contatto umano.

E invece…

«Ragazzi, tutti di sopra, riunione straordinaria nel mio ufficio.»

La voce acuta e fastidiosa del responsabile degli stagisti lo distolse presto dai suoi buoni propositi.

Si radunarono veloci e silenziosi come formiche, tutti gli stagisti assieme.

Compresa Alina, che a stento lo salutò.

L’averla dovuta praticamente respingere la sera prima ancora gli rodeva.

Tutta colpa della Angeloni e della sua sadica tortura.

«Tu, tu e tu: siete stati selezionati per partecipare alla convention nazionale che si terrà domani a Roma. Complimenti, siete stati fortunati!»

Era stato indicato anche lui.

In un altro momento avrebbe fatto i salti di gioia: alle convention aziendali c’era sempre un sacco di figa.

Ma Marco doveva fare i conti con la gabbia e con la sua scomoda e ingombrante presenza.

«Avete il treno alle 16:00 oggi pomeriggio, quindi sbrigatevi a finire il vostro lavoro.»

Doveva fare tutto di corsa, chiudere le ultime pratiche, volare a casa e preparare la valigia.

Lui e gli altri due colleghi selezionati uscirono di fretta dall’ufficio del capo, sotto gli sguardi pieni d’invidia del resto del gruppo che sarebbe rimasto lì a Milano.

«Raga che culo!»

Patrizio e Giovanni si diedero il cinque per festeggiare il viaggetto fuori programma.

«Ci saranno sicuramente tutte le fighe delle altre filiali! Chissà se ne troviamo qualcuna nel nostro stesso hotel…»

I suoi compagni di trasferta non stavano nella pelle; lui, invece, mica tanto.

La richiesta alla Angeloni

Ma tu guarda se devo partire con questa cazzo di gabbia sull’uccello!

Doveva trovare il coraggio di scrivere alla Angeloni e chiedere di essere liberato.

Nel frattempo era arrivato il programma della convention via mail, con orari e indirizzi, compreso quello dell’hotel.

Fantastico, è anche in pieno centro!

Poteva trascorrere una gran bella serata… Doveva solo liberarsi di quel maledetto affare.

E doveva farlo nel modo giusto.

«Buongiorno padrona.»

Le avrebbe di sicuro strappato un sorriso soddisfatto sentirsi chiamare così.

«Ciao cane. Perché mi disturbi?»

Ci aveva messo un attimo a rispondere, la troia.

«Avevi ragione, ieri sono uscito con Alina, e per colpa della tua punizione non ho potuto scoparmela.»

Per i successivi venti minuti il telefono restò silenzioso.

Era mezzogiorno, non aveva ancora molto tempo a disposizione.

«Ti chiedo scusa per il disturbo, ma ho saputo che dovrò andare alla convention… Non è che potresti liberarmi?»

«Solo se mi implori di farlo, cane.»

Che gran puttana quella donna, non ce la faceva proprio a lasciarsi scappare neanche la minima occasione per provare ad umiliarlo.

E ci riusciva.

Ma lo faceva anche eccitare quel gioco, incazzare ed eccitare.

Un mix di sensazioni che glielo fecero venire duro.

«Ti supplico di liberarmi, padrona.»

«Te lo scordi, stupida nullità!»

Quanto godeva a trattarlo di merda…

«Non te la togli la gabbia, non ancora… Stasera anche io sarò a Roma.»

Il cazzo stava decisamente per esplodergli.

In un secondo nel suo cervello si accalcarono decine di immagini, e in tutte c’era Maria Angeloni nuda.

Il viaggio verso Roma

Chiuse il pc e volò a casa.

Lanciò vestiti, mutande e calzini alla rinfusa nel trolley, cercando di fare mente locale per non dimenticare niente.

Ma tutto quello a cui riusciva a pensare era che stava per passare una notte incredibile.

La voleva, doveva averla, e quella era l’occasione perfetta.

All’improvviso la gabbia non fu più un problema.

Aveva solo Maria in testa. La sua padrona…

I ragazzi lo aspettavano al binario.

Fuori dall’ufficio quei due non erano male.

Ma Marco si sentiva come sospeso.

«Sono sul treno padrona, sto per arrivare a Roma.»

«Ti tira il cazzo non è vero, cane?»

«Da morire! Mi stai facendo impazzire.»

I suoi colleghi stavano scandagliando l’elenco dei partecipanti alla convention alla ricerca di tutte le fighe delle altre sedi in giro per l’Italia.

Gliene fecero vedere una davvero pazzesca, ma Marco a stento guardò la foto che avevano recuperato dal profilo Instagram della ragazza.

Il viaggio non durò molto: alla stazione presero un taxi per l’hotel, fecero il check in e se ne andarono nelle rispettive stanze.

Arrivato nella sua, Marco andò a buttarsi sotto la doccia.

L’acqua non riuscì ad alleviare quella sensazione insopportabile che avvertiva al cazzo.

Non riusciva nemmeno a guardarselo, tutto avvolto in quell’aggeggio diabolico.

Poi all’improvviso realizzò che in quel preciso momento la Angeloni poteva essere già lì, qualche camera dopo la sua.

Magari al piano di sopra… E dal cazzo si irradiò un altro lampo di piacevole dolore.

Era arrivato un altro messaggio da Maria.

«Sono al sesto piano, camera 611. Vieni alle 22:00, cane…»

L’attesa e l’incontro

Cenò con i suoi colleghi milanesi più un’altra decina di persone che lavoravano in altre filiali: Patrizio e Giovanni erano persino riusciti a beccare la figa di Instagram e l’avevano invitata a stare con loro.

Erano le 21:00, mancava ancora un’ora all’incontro con Maria.

«Si può sapere perché non stacchi gli occhi dal cellulare?»

La figa ce l’aveva con lui, ma Marco non si degnò neanche di alzare gli occhi dallo schermo.

Non aveva mai vissuto un count-down come quello di quella sera.

Alle 21:59 si infilò nella cabina dell’ascensore.

Non sapeva esattamente cosa aspettarsi, ma la sensazione che provava era molto simile a quella di un bambino che sta per scartare i regali la mattina di Natale.

E il suo regalo era proprio lì, dietro la porta della camera 611.

«Chi è?»

«Sono io, padrona.»

Aprì la porta e lei era lì, ancora più eccitante e bella di come se l’era immaginata nelle ultime ore.

Ma non era sola.

«In ginocchio, cane!»

Ebbe a stento il tempo di chiudere la porta.

Osvaldo, l’amante di Maria, gli aveva intimato quell’ordine dal suo posto sul letto accanto alla donna.

Erano entrambi nudi, distesi uno vicino all’altra.

Appena Marco si fu messo carponi, quei due iniziarono a baciarsi con passione.

Il gioco e la prova finale

«Cosa gli facciamo fare adesso?»

«Fallo spogliare, vediamo come sta con la sua bella gabbietta attorno al cazzo.»

Maria si liberò dall’abbraccio del suo amante e si rivolse sprezzante al povero stronzo a quattro zampe ai piedi del suo letto.

«Hai sentito il padrone? Togliti tutto di dosso.»

Il ragazzo eseguì in silenzio, restando in ginocchio, fino a quando non rimase solo con le mutande.

«Togli anche quelle, cane!»

Il cazzo gli saltò fuori tutto avvolto nella sua prigione di silicone, facendo la sua comparsa nella stanza mentre i due amanti lo fissavano.

«Gli sta proprio bene.»

«Pensa che mi aveva chiesto di togliergliela…»

«Mmm, e tu vuoi farlo?»

Maria iniziò a fare una sega al suo amante, facendo finta di essersi messa a pensare alla risposta.

«Solo se prima fa qualcosa per me» sospirò alla fine, con aria finto innocente.

Osvaldo le infilò due dita nella fica, e i due ripresero a baciarsi.

Marco dal pavimento non poteva fare altro che guardarli mentre si masturbavano a vicenda. Vedeva le loro lingue intrecciarsi e le loro bocche staccarsi solo per mormorarsi qualcosa che lui però non riusciva a sentire.

A un certo punto Osvaldo rise, tolse le dita dalla fica della Angeloni e se le infilò in bocca.

«Fai pure.»

Maria si alzò dal letto e si avvicinò a Marco.

Lo afferrò per i capelli e lo fece mettere in piedi.

«Ti libererò cane, ma ad una condizione…»

«Qualsiasi cosa per te, padrona.»

La donna gli prese il cazzo ingabbiato in mano e lo soppesò.

«Se vuoi che ti tolga questa, devi farmi da cavia per testare il nuovo giocattolo che mi ha comprato il padrone.»

Marco non capiva, ma le mani della Angeloni sul suo uccello glielo stavano facendo venire duro.

Avrebbe accettato qualsiasi cosa in quel momento.

La vide andare verso la sua valigia, frugarci dentro ed estrarne qualcosa, tutta soddisfatta.

La Angeloni indossò una culotte di latex rossa che le faceva un culo sensazionale e poi si voltò a guardarlo.

Sul davanti aveva attaccato un dildo, non troppo grande, non troppo doppio, ma comunque notevole.

«Mettiti a pecora, inutile nullità.»

Marco esitò.

Non aveva mai pensato di sottoporsi a una cosa così.

«Il tuo cane tentenna. Mi sa che non sei stata abbastanza brava ad addomesticarlo.»

Maria lo colpì con uno schiaffo sul culo.

«Ho detto a pecora!»

Il cazzo nella gabbia ebbe un altro sussulto.

Poggiò le mani sul letto, chinandosi in avanti e offrendo il culo alla Angeloni.

«Hai paura del dolore?»

Marco restò zitto.

«Abbaia se hai paura cane. Voglio sentirti abbaiare!»

Gli assestò un altro schiaffone sul culo e poi ci sputò sopra.

Iniziò a far scorrere le dita in mezzo alle natiche con estrema disinvoltura, raccolse un po’ della sua saliva dalla chiappa e gliela spalmò tutta sull’ano.

Il suo indice lo penetrò piano, Marco lo sentì bene tutto, fino in fondo.

Maria lo muoveva avanti e indietro, dentro e fuori, senza esitazioni, lenta ma inesorabile.

Poi aggiunse il medio, e lui avvertì un brivido di dolore.

Si irrigidì, ma la donna fu brava a farlo rilassare di nuovo.

Stava provando delle sensazioni incredibili, che non aveva mai provato fino ad allora.

Le avrebbe concesso di tutto, e stava per farlo.

Il dildo dello strap on di Maria Angeloni si fece strada nel suo culo con una facilità impressionante.

Le dita lo avevano allargato, ma si sorprese lo stesso della maestria della donna.

Sembrava nata per farlo.

«Ti piace essere scopato, cane?»

Gli piaceva, non gli era mai piaciuto così tanto qualcosa, nella sua vita.