Un Direttore Esigente (parte 6) - Finale
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Un Direttore Esigente (parte 6) - Finale

(Parte 5)

Il caldo nell’androne del palazzo era così opprimente da farle girare la testa.

O forse erano i baci del direttore. 

L’aveva sollevata come un fuscello e ora la stava portando su, a casa, reggendola fra le sue braccia.

Ester non ci stava capendo più niente.

Fosse dipeso da lei, si sarebbe sollevata la gonna e avrebbe chiesto all’uomo di prenderla lì, lungo le scale.

Se non si fosse trattato di casa sua, ma di casa dell’uomo, glielo avrebbe chiesto senz’altro.

Sentire i muscoli di Max contro il suo corpo, il calore della sua pelle, il suo profumo forte, virile…

In quelle condizioni, ne era certa, sarebbe bastato che il cazzo dell’uomo si poggiasse semplicemente contro uno qualsiasi dei suoi buchi, per condurla a un orgasmo clamoroso.

Avevano già salito 3 piani, e Max non sembrava per nulla stanco o affaticato, anzi...

La guardava con la stessa fame con cui si guarda un dolce dopo 2 mesi di dieta ferrea.

«Eccoci arrivati.»

La baciò di nuovo prima di metterla giù.

Ester si mise a frugare in borsa per recuperare le chiavi, e lui proprio dietro di lei, col cazzo duro, puntato contro la sua schiena come una pistola pronta a sparare.

Non era quello che la distraeva però: le chiavi non sembravano esserci.

«Porca puttana!»

Rovesciò l’intero contenuto della borsa sul pavimento.

Niente.

«Cazzo, le avrò lasciate in macchina!»

Max fece una faccia strana, poi si sistemò il cazzo nei pantaloni.

«Aspettami, corro a prenderle e ritorno!»

Non riuscì nemmeno a finire la frase, che il suo telefono iniziò a squillare.

Anche quello era finito a terra assieme a tutto il resto del contenuto della borsa.

Entrambi guardarono lo schermo illuminarsi.

Giorgio.

Ester rimase interdetta.

 «Che fai, non rispondi?»

L’espressione di Max era diventata ancora più strana, e la sua voce pareva tradire un leggero fastidio.

«Non sta bene ignorare le telefonate di un superiore… E poi fra poco avete una cena.»

Raccolse il telefono e glielo passò.

«Dimmi!»

Si era liberato prima, dieci minuti, al massimo un quarto d’ora e sarebbe passato a prenderla.

E glielo comunicò con un tono talmente entusiasta che anche Max riuscì a sentirlo.

Ester riattaccò.

«Mi sa che devi correre a prepararti, o farai tardi per il tuo appuntamento.»

Max fece per riprendere le scale e tornare alla sua moto.

Lei gli si parò davanti e gli buttò le braccia al collo.

«Devi scoparmi prima, o starò male.»

Il direttore sorrise, di nuovo con un’espressione che lei non riuscì bene a decifrare.

«Non mi va più… Timer troppo breve.»

Si era raffreddato. 

Un attimo prima il suo tocco avrebbe potuta farla esplodere, quello dopo si era allontanato anni luce.

E sembrava proprio deciso a lasciarla così, con quell’ enorme desiderio inespresso, come la scema, davanti alla porta di casa.

Aveva già sceso due rampe quando la richiamò.

«Magari fatti scopare da lui… Divertiti, e salutamelo!»

Dopo un po’ sentì in lontananza il portone richiudersi dietro di lui.

La ragazza scoppiò a piangere.

Per la frustrazione, per la reazione che aveva avuto, per il modo in cui l’uomo era andato via.

Per la poco provvidenziale telefonata di Giorgio che aveva anticipato l’appuntamento.

Devo muovermi, fra poco sarà qui… E non ho ancora idea di dove siano le mie chiavi.

Erano in macchina, le ritrovò sul sedile del passeggerò.

Che sfiga che aveva avuto.

La moto di Max ovviamente non c’era già più.

Finalmente a casa, si sfilò velocemente i vestiti e si fiondò sotto la doccia. 

Provò a lavar via il trucco sciolto che le era colato sul viso, ma con gli occhi gonfi ci fu poco da fare. 

Nemmeno il make-up sembrava bastare per attenuare il gonfiore.

In compenso l’acqua era riuscita ad alleviare un po’ quella sensazione orribile di orgasmo soffocato.

Scelse un bel vestito, un bel paio di tacchi, si raccolse i capelli e recuperò la borsa.

Giorgio era già giù che l’aspettava.

Le andò incontro, le tese la mano, poi la tirò a sé e la salutò in maniera più affettuosa con due bacetti sulle guance.

«Sei veramente molto bella stasera.»

Poi le aprì lo sportello dell’auto, la aiutò a salire, lo richiuse piano con estrema galanteria.

Complimenti garbati, gesti gentili: tutto il contrario dello stile del direttore.

Le parlò per tutto il tragitto da casa sua al ristorante che aveva scelto dei piani per il loro nuovo progetto editoriale, topic, agenzie partner, prime scadenze e possibili sviluppi alternativi.

Non stava più nella pelle.

In un altro momento, quella carica l’avrebbe affascinata… Avrebbe lasciato che il suo entusiasmo la contagiasse.

Ma non quella sera.

Il rapporto sfumato con Max ancora bruciava.

Poteva ancora sentire le braccia dell’uomo che la reggevano, e il profumo pungente e intenso del suo dopobarba.

«Pronto? Ci sei?»

Giorgio le stava sorridendo.

Erano arrivati al parcheggio del ristorante e lei nemmeno se ne era resa conto.

«Scusami ero sovrappensiero…»

Giorgio sorrise e scosse la testa.

«Tranquilla. Adesso ordiniamo un paio di gin tonic e ci rilassiamo un po’.»

Di nuovo il gesto galante di aprirle lo sportello.

Entrarono, accolti da un cameriere super gentile che li condusse al tavolo che Giorgio aveva prenotato.

«Il vostro tavolo, signori.»

Sopra c’era un mazzo di rose rosse.

«Questi sono un piccolo ringraziamento per te, per aver scelto di credere nel mio progetto.»

Ester si sentì in colpa, ed arrossì.

Davanti aveva un uomo gentile, bello, galante, chiaramente ben disposto nei suoi confronti… 

Eppure tutto quello a cui lei riusciva a pensare era il fatto di non essere riuscita a consumare la sua passione bruciante con Max.

«Non dovevi! Sei troppo gentile.»

Dopo il primo gin tonic, i nervi di Ester si sciolsero un po’.

Divenne più socievole, riusciva persino a interagire in modo abbastanza brillante.

O almeno, Giorgio aveva anche il buongusto di simulare divertimento e risate alle sue battute.

«Direi di mettere qualcosa nello stomaco prima di ordinarne un altro.»

Giorgio poggiò il bicchiere vuoto sul tavolo, si sporse verso di lei per recuperare un menù e nel farlo le appoggiò una mano sulla coscia.

Per qualche istante le fece avvertire il calore delle sue dita, il loro tocco leggero sulla sua pelle nuda.

La tenne un po' lì.

Poi iniziò a consultare il menù.

«Tu di cosa hai voglia?»

Domanda difficile, fraintendibile quanto meno…

Risposta imprevedibile.

«Considerando che a pranzo ci è toccato il triste tramezzino del distributore…»

Si sorrisero.

Era piacevole quell’intesa che avvertiva.

La faceva stare bene il modo composto e discreto in cui Giorgio la trattava.

Prese il cellulare dalla borsa per controllare l’ora.

C’era un messaggio… 

Era di Max.

«Vado in bagno, torno subito. Se passa il cameriere, per me una tartare di tonno, ho voglia di qualcosa di fresco.»

«Prendo anche del vino bianco allora, dobbiamo continuare a festeggiare.»

Ester si sentì quasi in colpa: scappare in bagno per leggere un messaggio.

Una ragazzina, o una che si nasconde per parlare con l’amante.

“Scommetto che non ti toglie gli occhi di dosso, e che a te tutto sommato piace, troietta.” 

Avrebbe potuto lasciarlo lì.

“Vorrei mi guardassi tu come mi guarda lui. O anche che mi trattassi come fa lui, qualche volta.”

Aveva il telefono in mano, rispose subito.

“Come dovrei trattarti sentiamo?”

“Non soltanto come un pezzo di carne, ad esempio.”

Era il gin tonic a stomaco vuoto a parlare per lei, forse.

“Scommetto che ora sei in bagno, che non stai scrivendo davanti a lui…”

E ancora, prima che lei potesse ribattere: “Che pensavi ti avessi scritto qualcosa di porno, e volevi bagnarti la fighetta da sola, in bagno, non davanti al tuo accompagnatore.”

Posò il telefono e tornò al tavolo.

Leggermente innervosita.

«Tutto ok?»

Giorgio era così attento da aver notato il suo cambiamento d’umore? 

Non era abituata a uomini tanto perspicaci, oltre che galanti.

«Si si, muoio di fame!»

Cenarono, risero, parlarono del progetto.

La bottiglia di vino scivolò via, e così anche la serata.

Per tutto il resto del tempo che trascorsero insieme, Ester evitò accuratamente di guardare il cellulare.

Fuori dal ristorante si ripetette la scena dello sportello, solo che stavolta, nel farla salire in auto, Giorgio le accarezzò una spalla, causandole un leggerissimo brivido di piacere.

Niente di più: elegante, discreto, quasi impercettibile.

«La riporto a casa signorina, domani c’è da lavorare.»

Si sarebbe aspettata una richiesta di salire, di accompagnarla al portone quantomeno.

Invece Giorgio arrivò sotto casa sua, scese per aprirle il solito sportello, e la salutò di nuovo.

Le porse il mazzo di rose che le aveva fatto trovare al ristorante, le scoccò due bacetti sulle guance, e le augurò la buonanotte.

Una volta su, la ragazza sistemò i fiori in un vaso, si accese una sigaretta e recuperò finalmente il cellulare.

C’era un messaggio di Max ancora da leggere.

Lo aveva lasciato così per circa un’ora e mezzo.

“Se vuoi ti raggiungo in bagno, non mi avete visto, ma sono qualche tavolo dietro di voi…”

Una doccia fredda.

All’idea che l’uomo fosse stato lì tutto il tempo, a spiare il suo incontro con Giorgio, Ester avvertì un senso di inquietudine misto a piacere.

Ma il piacere era lievissimo, l’inquietudine la faceva da padrona.

“Non posso crederci, mi hai guardato tutto il tempo?”

Non dovette aspettare molto per la risposta.

“Eri vestita proprio da puttana di classe, sexy, ma non volgare… Dimmi la verità, avresti voluto che ci fossi io al posto suo, e che quel vestitino te lo strappassi di dosso, per fotterti come la cagna che sei.”

Posò il telefono ed andò a farsi una doccia.

Al suo ritorno, c’erano altri messaggi da leggere.

Ancora lui.

“Scommetto anche che ci sei rimasta male, ti ha solo accompagnato a casa ed è andato via. Quelle come te dopo una serata romantica devono essere scopate a dovere.”

“Io sarei salito, ti avrei alzato il vestito e ti avrei fottuto in culo come mi hai chiesto oggi pomeriggio.”

Un momento…

“Come sai che è andato via e non è salito?”

“Perché sono qui sotto.” 

Il sangue le salì al cervello di colpo, il cuore cominciò a batterle forte.

La testa le girava quasi, tanto che dovette sedersi.

Compose il numero del direttore e fece partire la chiamata.

«Allora che fai, mi fai salire puttana?»

Lei rimase zitta, sospesa.

Soltanto poche ore prima non ci sarebbe nemmeno stato bisogno di dare una risposta a quella domanda.

«Ci stai pensando un po’ troppo per i miei gusti.»

«Forse è meglio di no, in effetti sono un po’ stanca.»

«E allora perché mi hai chiamato, troia?»

Non lo sapeva nemmeno lei in realtà.

«Non vuoi che venga a finire quello che avevamo iniziato oggi pomeriggio? Non lo vuoi tutto il mio cazzo in quel tuo culo stretto?»

Dopo le rose rosse e gesti galanti, quella dinamica non l’avrebbe soddisfatta.

«Non credo di riuscire a sentirmi puttana dopo la serata che ho trascorso. Puoi capirmi, in fondo, più o meno c’eri anche tu.»

Dall’altro capo del telefono silenzio.

C’erano i rumori della strada, poteva davvero essere lì sotto.

Avrebbe potuto sbirciare dalla finestra, ma rimase seduta sul suo divano.

«Allora ti auguro una buona notte Graziani.»

Riattaccò.

Il giorno dopo, in redazione, quando arrivò, Ester andò dritta nell’ufficio che era stato assegnato a Giorgio.

Lui era davanti alla porta con due caffè in mano, che la aspettava sorridente.

«Andiamo, è ora di darci dentro!»

L’uomo poi si rivolse a Lisa, chiedendole di non essere disturbati.

«Da nessuno cara» precisò «se ci cerca Max, digli pure che passerò io più tardi da lui.»

La stupida tettona abbozzò un sorriso e si rimise a lavorare.

E Max rimase fuori, per tutto il giorno, dal loro ufficio e dalla sua testa.