Un Direttore Esigente (parte 5) - Contesa
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Un Direttore Esigente (parte 5) - Contesa

(Parte 4)

In redazione regnò la calma per il resto della mattina.
Ester se ne stette tranquilla a correggere degli articoli che aveva lasciato in arretrato.

Ogni tanto ripensava alla colazione con Giorgio, a quanto l’avesse messa a suo agio rispetto al loro spiacevole primo incontro della sera precedente.

Quasi non si accorse dell’arrivo della pausa pranzo.

I suoi colleghi, uno dopo l’altro, iniziarono ad abbandonare le postazioni.

Non aveva particolarmente fame, ma decise comunque di staccare anche lei, andare a fare quattro passi e prendere una boccata d’aria.

Non tanto lontano dalla redazione c’era un parco carino dove le piaceva andare quando il meteo lo permetteva.

Uno splendido sole, cielo terso e appena un po’ di venticello.

Trovò una panchina all’ombra per sedersi e mangiare il tramezzino che aveva preso al distributore prima di uscire dall’ufficio.

Non fece in tempo ad addentarlo che il telefono iniziò a squillare.

Un numero che non conosceva.

«Pronto? Chi è?»

Dall’altra parte silenzio.

«Pronto?»

Sarà un call center, chiamano sempre a ora di pranzo.

Ma prima che riuscisse a riattacare...

«Non ci credo, non hai ancora memorizzato il mio numero!»

«Hai ragione, scusami Giorgio…»

«Mi sento offeso!»

Lo sentì ridere.

«Sei ancora in ufficio?»

«Si, ho appena spento il pc, devo staccare un po’, sono fuso. Tu? Sei a pranzo?»

«Sono al parco e si, stavo proprio per mangiare il mio appetitoso tramezzino preconfezionato, ma qualcuno mi ha interrotto...»

Giorgio dall’altro capo del telefono rise ancora.

«Devo farmi perdonare, allora! Che ne dici se passo a prenderti e andiamo a mangiare qualcosa che non provenga dal distributore automatico?»

Prima la colazione, ora il pranzo.

«Ormai sono già qui, non preoccuparti.»

«Allora mandami la posizione, ti raggiungo con due birre e un triste tramezzino anche per me.»

Ci mise pochissimo ad arrivare.

Giorgio aveva lasciato la giacca in ufficio e le stava andando incontro con le due birre che aveva promesso.

«Di solito non bevo in pausa pranzo.»

«Beh, vorrà dire che per me oggi farai un’eccezione!»

Quell’oretta al parco volò via in un attimo. 

Chiacchierarono amabilmente tutto il tempo: Giorgio era un tipo simpatico, a conferma dell’impressione che le aveva dato quella mattina.

Non tornarono sull’argomento Max e su quello che era successo la sera prima nemmeno per un istante.

Ester si sentiva incredibilmente a suo agio con lui.

«Mi sa che è arrivato il momento di rientrare, altrimenti il capo ci sgrida!»

Risero entrambi alla battuta di Giorgio, lasciarono la panchina e si incamminarono verso la redazione.

«Oggi pomeriggio mi ha convocato da lui.»

«A che ora?»

«Non mi è stato ancora comunicato.»

«Io devo incontrarlo fra mezz’ora per mettere giù le idee per il progetto di cui ti parlavo stamattina… A proposito, confermato, ti voglio coinvolgere in tutto.»

Arrivarono in prossimità della redazione.

«Ti dispiace se entriamo separatamente? Non vorrei che qualcuno ci vedesse insieme…Sai, i colleghi parlano…»

Ester si avviò senza aspettare la risposta dell’uomo.

Si infilò svelta in ascensore e riprese il cellulare: in pratica da quando Giorgio l’aveva raggiunta non lo aveva più guardato.

Fra i Whatsapp ce n’era uno di Max: Quando torni dalla pausa pranzo fermati da me.

In pratica ci sarebbe dovuta andare subito.

Ognuno era già al lavoro alla propria postazione. 

Lasciò la borsa alla sua e si diresse verso lo studio del direttore.

Con tutta quella gente in giro, era abbastanza sicura di non ritrovarsi di nuovo in situazioni equivoche, per fortuna, o purtroppo. 

Troppi occhi e orecchie indiscrete. 

Prima fra tutti Lisa, lì al suo posto, fintamente intenta a controllare dati al pc.

La guardò con la coda dell’occhio ed era sicura che anche l’altra la osservasse di nascosto.

Bussò.

«Vieni Graziani, ti stavo aspettando. Chiudi la porta.»

Le fece cenno di accomodarsi.

«Veniamo subito al dunque. Credo di doverti delle scuse.»

«Per quale motivo, direttore?»

Max la guardò interdetto.

«Beh, non credo serva approfondire…»

«Invece io credo proprio che serva.»

Lui non se lo aspettava, di certo.

Probabilmente si immaginava di trovarsela davanti impacciata e in imbarazzo, di poterla liquidare con qualche frase fatta e una pacca sulla spalla.

«D’accordo. Mi dispiace averti coinvolta in qualcosa più grande di te.»

Silenzio gelido, per qualche secondo.

«Io non la metterei così.»

Sostenne lo sguardo dell’uomo, cercando di mostrarsi il più imperturbabile possibile, anche se lo stomaco le stava andando a fuoco.

«Ah no? E come la metteresti, sentiamo.»

La ragazza si prese qualche altro istante prima di rispondergli.

Osservò il direttore: qualcosa nel suo sguardo era cambiato, come se la stesse studiando, incuriosito e stuzzicato dalla sua inconsueta fermezza.

«Non era “più grande di me”: semplicemente mi ha dato fastidio il fatto di non aver potuto esprimere il mio consenso, prima...»

Max restò zitto, e continuò a guardarla.

Fuori dal suo ufficio la redazione era attiva e chiassosa: telefoni che squillavano, il chiacchiericcio indistinto dello staff. 

I dipendenti del direttore stavano continuando a lavorare, ignari di quanto stesse accadendo dietro la sua porta, della tensione lì dentro che ormai si poteva tagliare col coltello.

Tutti, forse, tranne Lisa.

«Mi hai fatto sentire intercambiabile.»

«Perciò è questo il problema: sei gelosa!»

«Niente affatto!»

Max si allungò sulla sedia, allentandosi il colletto della camicia.

«Ah Graziani, potrei crederti se non fosse per due dettagli.»

Senza aspettare che la ragazza gli rispondesse qualcosa, il direttore si sporse in avanti sulla scrivania, arrivando a pochi centimetri da lei.

Abbastanza perché Ester sentisse ancora più distintamente il profumo intenso del suo dopobarba.

«Stamattina ti presenti vestita così, provocante, tutta in tiro… E questa rabbia che ti leggo nello sguardo, mia cara, l’ho già vista negli occhi di tante altre donne che provano quello che adesso stai provando tu.»

Aveva colto nel segno, e quella circostanza, mixata alla vicinanza dell’uomo e al suo odore che le stava arrivando al cervello, la stavano mettendo nuovamente in difficoltà.

«Non devi avercela con Lisa. Non c’è proprio niente di cui essere gelosi qui. Altrimenti cosa dovrei dire io, che ti ho vista fare la gatta morta con Giorgio sia a colazione che a pranzo?»

Ester se ne stava lì seduta come pietrificata. 

Non avrebbe saputo spiegare a parole il modo in cui quell’uomo era in grado di farla sentire.

Senza accorgersene, il suo respiro era diventato più pesante, il cuore le batteva sempre più forte. 

Era eccitata, rapita, ma allo stesso tempo avrebbe solo voluto alzarsi e scappare via da quell’ufficio.

Ma non poteva: lui la teneva incatenata alla sedia, senza bisogno di muovere un muscolo, solo guardandola.

«Io, veramente…» provò a giustificarsi la ragazza.

«Non prendermi in giro: ho capito perfettamente il vostro gioco.»

L’idea che le attenzioni di Giorgio potessero avere un secondo fine la destabilizzò ulteriormente.

«Nessun gioco: è semplicemente un uomo gentile che ha stima di me.»

Max ridacchiò e le andò più vicino. 

Le prese una mano e l’aiutò a rimettersi in piedi, le accarezzò i capelli e l’accompagnò verso la porta.

«Ha sicuramente stima di te: fra cinque minuti abbiamo una riunione e mi ha anticipato che ha già scelto i membri della redazione che gli daranno una mano. Mi ci gioco le palle che mi proporrà te.»

 Il direttore le diede un bacio sulla fronte, e il cuore di Ester a quel punto avrebbe potuto tranquillamente scivolarle fuori dal corpo.

«Torna al tuo lavoro, Graziani. Sta per arrivare il nostro caro amico. Ti terremo aggiornata.»

Prima che l’uomo avesse modo di congedarla, Ester gli gettò le braccia al collo e lo baciò.

Si strinse forte contro il suo corpo: ormai le pareva che il suo profumo avesse riempito tutta la stanza, non solo i suoi polmoni. 

Averlo vicino e continuare a mostrarsi distaccata era diventato impossibile.

Lui ricambiò il bacio e le loro lingue si intrecciarono furiosamente. 

La spinse contro il muro, senza toglierle la lingua dalla bocca, cercando con le mani di alzarle la gonna e sfilarle gli slip.

Non si sarebbe mai staccata da quella morsa appassionata: Lisa, Giorgio, la sera prima… Tutto sparito nell’oblio del loro desiderio.

«Sarà meglio che vada e ti lasci alle tue riunioni.»

«Mi fai impazzire puttana, non hai idea di quanto vorrei sfondarti, adesso…»

Quando lo guardò prima di andarsene, Max aveva l’espressione stravolta dal desiderio e il cazzo duro e ben visibile attraverso il pantalone.

Lisa era lì fuori con la sua solita aria compiaciuta.

Ester tirò dritto, ma la ragazza richiamò la sua attenzione.

«Graziani, cara, tutto bene?»

Si voltò, decisa a darle la risposta acida che avrebbe meritato, ma qualcosa la fece desistere.

Basta dare soddisfazioni a questa stronza.

«Benissimo direi.»

Si sistemò la gonna sui fianchi e riprese la via per la sua postazione.

Rimase seduta alla scrivania fissando il pc, ancora in subbuglio dopo il bacio di Max e la conversazione appena avuta.

Lo desiderava, eccome se lo desiderava.

Un pomeriggio infruttuoso: fece palesemente finta di scrivere qualcosa per tutto il tempo, contando i minuti che la separavano dalla fine dell’orario di lavoro.

Quando fu l’ora, afferrò la borsa e volò via dalla redazione.

In ascensore selezionò la T del piano terra, le porte fecero per chiudersi, ma un braccio le attraversò facendole riaprire.

«Dove scappi signorina? Dobbiamo festeggiare!»

Giorgio! 

Se n’era dimenticata completamente, sia di lui sia del progetto in cui aveva deciso di includerla.

Lo stesso di cui avrebbe dovuto discutere col direttore quel pomeriggio.

«Quindi è andata bene la riunione con il capo?»

«Più che bene direi! Sposa il progetto e si è mostrato più che contento del tuo coinvolgimento.»

Ester si sentì arrossire come una ragazzina.

«Spero che per te non sia un problema: lui stesso avrà un ruolo, seppure marginale.»

La ragazza si sentì le mani di Max di nuovo attorno ai fianchi, mentre la teneva schiacciata contro il muro, premendo l’inguine contro il suo.

«Niente affatto, tutto ok.»

Ritornò non solo col corpo all’ascensore, ritrovandosi accanto ad un Giorgio entusiasta intento a scrutarla.

Le sorrise.

«Sono felice, sono sicuro che andrà alla grande.»

Fuori dal palazzo il vento si era un tantino alzato.

La gonna di Ester svolazzò e i capelli le si arruffarono.

Giorgio ne approfittò per scostarglieli dal viso.

«Vieni a cena con me stasera.»

Arrossì ancora Ester, ma prima che potesse rifiutare il suo invito, l’uomo le appoggiò un dito sulle labbra.

«Non accetterò un no come risposta. Abbiamo tanto di cui parlare, per me questo progetto è davvero importante.»

E aveva deciso di coinvolgerla.

Le tenne le labbra chiuse per qualche altro istante.

Rimasero d’accordo che sarebbe andato a prenderla alle 21:00.

Aveva qualche ora per prepararsi, farsi una doccia e tentare di togliersi di dosso e da dentro l’odore di Max.

Sotto casa, al posto dove parcheggiava di solito il suo motorino, c’era una moto di grossa cilindrata.

In sella un uomo, con ancora il casco indosso.

Non aveva bisogno di toglierglielo, lo aveva riconosciuto subito.

«Direttore, come mai qui?»

Scese dalla moto e le fece segno di aprire il portone.

Lei ubbidì.

Appena dentro l’androne, Max la afferrò per il culo e la prese in braccio, sollevandola come se non pesasse niente.

«Giorgio mi ha detto della cena.»

Con quel bacio gli avrebbe quasi potuto staccare un labbro.

«Non parliamo di lui adesso.»

«Non ti lascerò andarci senza averti prima riempita di sborra come la puttana che sei.»

Ricambiò il bacio, la morse, le succhiò forte le labbra.

«Perché tu questo sei, la mia puttana.»