Un Direttore Esigente (parte 4) - Giorgio
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Un Direttore Esigente (parte 4) - Giorgio

(Parte 3)

Lisa entrò nella sala riunioni e chiuse la porta dietro di sé.

Guardò Ester e le sorrise, di nuovo con quell’espressione a metà fra il compiaciuto e il provocatorio.

«Eccole le mie impiegate preferite.»

Max si alzò dal suo posto dietro la scrivania e andò verso le ragazze.

Iniziò a sfilarsi la cravatta e a sbottonarsi la camicia.

«Giorgio, dimmi la verità, quale delle due preferiresti scoparti prima?»

L’altro direttore non aveva tolto gli occhi di dosso a Ester da quando era entrata in sala: l’aveva squadrata centimetro per centimetro, soffermandosi soprattutto sulle gambe.

«Questa ragazzina è veramente tanto caruccia. Secondo me lo succhia benissimo…»

Anche Giorgio iniziò a mettersi comodo: si slacciò i pantaloni e ci infilò una mano dentro, sempre senza distogliere lo sguardo da Ester.

La sfacciataggine di quel tipo la infastidiva, ma allo stesso tempo…

«Perché non verifichi?»

Max la stava cedendo come se fosse stata un oggetto.

Lui aveva puntato dritto verso Lisa e le sue tette.

Senza tanti convenevoli le aveva fatto togliere la camicetta e la gonna, e quella se ne stava perfettamente a suo agio. Gli aveva sorriso e gli aveva buttato le braccia attorno al collo: si vedeva che c’era una certa complicità fra di loro.

Questo dettaglio le dava più fastidio dello sguardo morboso dell’altro uomo, che nel frattempo si stava palesemente masturbando, osservando lei in imbarazzo, e quegli altri due che avevano cominciato a baciarsi.

«Graziani, cazzo, sciogliti un po’! Non restartene lì impalata.»

«Direttore, non essere così brusco! Secondo me la nostra Ester è un po’ gelosa…»

Il modo in cui Lisa fece quell’insinuazione, quella vocetta supponente e melliflua, la fece sbroccare definitivamente.

«Mi dispiace, ma non ho intenzione di essere coinvolta in questa cosa!»

Ester sentì le lacrime affollarsi negli occhi ma, prima di dare a quella troia della sua collega la soddisfazione di scoppiare a piangere, si affrettò ad uscire dalla sala riunioni e si precipitò verso la porta d’uscita.

Dietro di lei, Giorgio stava dicendo qualcosa a Max, ma rabbia e frustrazione le impedirono di capire cosa.

Una volta in ascensore cominciò a piangere a dirotto.

Cosa ti aspettavi di diverso? Si era capito che era un porco. Che stupida che sei!

Ma vedere Max preferire palesemente l’altra l’aveva ferita più di quanto si sarebbe aspettata.

Ho fatto una figura di merda, sono proprio una ragazzina!

Come l’aveva definito Giorgio.

Che non era male, fra l’altro: forse avrebbe potuto godersi la situazione, provare ad interagire con lui.

Ma il pensiero di Max che si avventava sulle tette enormi di Lisa le procurò una nuova stretta allo stomaco.

Un secondo prima che le porte dell’ascensore si aprissero, il telefonino di Ester iniziò a squillare.

Il numero interno dell’ufficio.

Dall’altra parte, la voce di Lisa.

«Graziani, il direttore ha detto che vuole che torni indietro. Immediatamente.»

«Vaffanculo!»

Glielo vomitò contro sonoramente a quella stronza dall’altro lato del telefono, e riattaccò.

Spense il telefono ed uscì dall’edificio.

Una volta a casa, si fiondò sotto la doccia per tentare di lavare via quella sensazione così fastidiosa degli occhi di un uomo, che non desiderava, che la spogliavano.

Ci restò per un’infinità di tempo sotto l’acqua, ma con scarsi risultati.

Nella sua testa si affollavano le immagini di Max e Lisa che si baciavano, si strofinavano l’una contro l’altro, si toccavano.

Avrebbe voluto farlo lei, togliergli la camicia, affondare le mani nei suoi capelli e farsi scopare, come probabilmente a quell’ora stavano facendo loro.

Mentre lei se ne stava lì, sola, da mezz’ora sotto l’acqua, sospesa fra il pensiero di aver iper-reagito e l’umiliazione dell’essersi sentita meno desiderata di qualcun’altra da quello che era diventato l’oggetto dei suoi desideri.

Vaffanculo di nuovo.

Erano le 22:00, il suo telefono era ormai spento da un botto.

Appena lo riaccese, Whatsapp iniziò con le notifiche.

Uno, due, tre, dieci trilli.

Col cuore in gola, e sentendosi di nuovo una stupida, controllò se fra le chat ci fosse quella di Max.

Ma niente: solo le sue amiche, che avevano organizzato una cenetta post lavoro e le avevano scritto, almeno due ore prima, di raggiungerle e unirsi a loro.

In pratica si era persa tutta la serata, e un’occasione per divertirsi.

Si mise a letto con zero sonno, infastidita da sé stessa, da quello che era accaduto e da come lo aveva gestito.

A mezzanotte era ancora sveglia, tentando di concentrarsi su un libro troppo poco avvincente per schiodarla dagli avvenimenti di qualche ora prima.

Il telefono suonò di nuovo.

Un messaggio, da un numero sconosciuto.

Mi dispiace averti messa a disagio. Abbiamo iniziato col piede sbagliato.

Giorgio.

L’ultimo che si aspettava di sentire, a quell’ora poi.

Che sfrontatezza!

Nonostante il tono gentile che aveva usato e il suo apparente intento di scusarsi, Giorgio e il suo sms la fecero di nuovo sentire violata, da quel suo sguardo insistente e penetrante.

Rivide la mano dell’uomo infilata nei suoi pantaloni eleganti da completo.

Decisamente…

L’ulteriore risposta non si fece attendere, ancora gentile: l’uomo la stava invitando a prendere un caffè l’indomani mattina, prima dell’orario di lavoro.

Per avere l’occasione di scusarsi di persona, a quattr’occhi.

Solo se prometti di non guardarmi come hai fatto stasera.

Promesso. Buonanotte, a domani.

Ci mise attenzione e cura nel prepararsi.

Ester cercò nell’armadio qualcosa di scollato e attillato: la sua misera seconda non poteva competere certo con la quinta abbondante di quella troia di Lisa, ma con quel push-up nuovo che aveva comprato qualche giorno prima si sentiva così sensuale che valeva la pena osare.

Sciolse i capelli e mise anche un bel rossetto.

Giorgio le aveva divorato le gambe con lo sguardo, e allora lei decise di metterle ancora più in evidenza.

Si ricordava di avere un paio di autoreggenti da qualche parte, e addirittura uno di quei reggicalze sexy che le aveva regalato il suo ex: scomodissimo, ma di grande effetto.

Una longuette aderente di raso che le scivolava addosso, descrivendo perfettamente fianchi, culo e cosce.

Si guardò allo specchio: era davvero bella, forse un po’ troppo per chiudersi 8 ore in redazione.

Ma considerando l’epilogo del giorno prima, e l’invito a colazione a cui si apprestava ad andare…

Sei una fica, che se ne rendano conto chiaramente. Non sono un paio di tette che fanno la differenza!

Trovò Giorgio seduto al tavolino del bar sotto all’ufficio.

La sera prima era così presa da Max, dalla gelosia e dal fastidio generalizzato che nemmeno lo aveva guardato bene.

Aveva al massimo 40 anni, portati più che bene: particolarmente in forma, capelli scuri, nemmeno un filo bianco, la barba curata, e quegli occhiali con le lenti fumè che gli conferivano un po’ l’aspetto dell’imprenditore pseudo brillante.

La salutò con una cordiale stretta di mano, e giù subito di scuse, senza quasi darle il tempo di sedersi.

Ordinò caffè, cornetto e spremuta per entrambi.

«Se posso essere onesto, pensavo fossi assolutamente consenziente e informata della situazione, ieri sera.»

Dritto al punto.

«Consenziente a cosa, esattamente? Alla cosa a quattro o al fatto che tu mi guardassi come se fossi un premio, o pezzo di carne?»

Anche se impercettibilmente, Giorgio arrossì, e mascherò l’imbarazzo con un sorriso un po’ teso.

Bel sorriso, comunque.

Si sistemò gli occhiali.

«A una dinamica fra adulti. Credo tu conosca un po’ Max. Da quanto lavori per lui?»

Sto imparando a conoscerlo meglio, per fortuna… O purtroppo.

«Lui è fatto così, ama provocare, le donne gli piacciono e non ne fa mistero.»

«E tu invece, come sei fatto?»

Quasi sorprendendosi della sua stessa scioltezza, Ester prese la sua tazzina di caffè, si sistemò la gonna ed accavallò le gambe in modo lento e studiato.

Lo sorseggiò piano, in attesa della risposta di Giorgio.

Se lo aspettava, lo aveva fatto di proposito ad accavallarle in quel modo: voleva vederlo di nuovo puntarle gli occhi sulle gambe.

Solo che, quella mattina, gli occhi dell’uomo che le accarezzavano le cosce non la misero a disagio come il giorno precedente.

«Di certo non uno che fa sentire a disagio una donna.»

Restarono un po’ a chiacchierare, mentre finivano la colazione, e fumavano la sigaretta del dopo caffè.

Era un tipo intelligente: avevano cambiato argomento, finendo per parlare del perché fosse in trasferta nella loro redazione.

Le raccontò del progetto editoriale che si era incaricato di curare per Max: aveva bisogno di almeno un collaboratore.

«Se ti fa piacere, posso proporre te per il ruolo. Si tratta di una cosa ambiziosa, se andasse in porto potrebbe rivelarsi molto positiva per la tua carriera e il tuo curriculum, pensaci.»

«Solo se prometti di non guardarmi come un allupato per tutto il tempo!»

Giorgio rise, questa volta in maniera spontanea, e il suo sorriso risultò ancora più affascinante.

«Non sentivo il termine “allupato” da un pezzo. Non pensavo che voi giovani lo usaste ancora.»

Spensero le loro sigarette e si avviarono verso l’ufficio.

Galante, la fece entrare per prima in ascensore, poi prese posto accanto a lei nella cabina e selezionò il piano. Nel farlo, le sfiorò impercettibilmente il braccio.

«Max stamattina ha una call. Appena finisce, ci parlo e ti faccio assegnare al progetto.»

 «Ti ringrazio per l’opportunità! Faremo un buon lavoro insieme.»

«Non ne ho dubbi.»

Quell’ultima frase la accompagnò dentro la redazione, fino alla sua scrivania.

Entrando, Ester fece in modo di non incrociare lo sguardo di Lisa.

Era già arrivata, la stronza: con la coda dell’occhio l’aveva intravista al suo posto, sempre con le sue solite tettone in bella mostra.

Salutò genericamente tutti i presenti e si mise a lavorare, in silenzio.

Aveva acceso il pc da nemmeno cinque minuti quando le arrivò una notifica sull’app che utilizzavano internamente per comunicare loro del team.

Mi hanno appena aggiunto, quindi utilizzerò questo canale, e non gli sms, per dirti che sei molto elegante stamattina. G.

Ester sorrise allo schermo.

«Mi fa piacere vedere che sei di un umore migliore stamattina, Graziani.»

Quella troia di Lisa si era parata davanti alla sua postazione e la guardava con la sua solita aria sorniona da puttana soddisfatta, la stessa identica della sera prima.

Ester cercò di reggere il suo sguardo, di mostrarsi il più neutrale possibile, indifferente alla nemmeno tanto velata provocazione della collega.

«Pare di sì.»

Il gelo.

«Comunque il direttore ha chiesto di fissarti un colloquio con lui, per dopo. Non preoccuparti, stavolta sarete soli.»

Resta calma Ester, l’hai già mandata a fanculo ieri sera…

«Anche se forse non soli come vorresti tu.»

Lisa se ne andò sghignazzando, lasciando Ester a metabolizzare quell’ultima frecciatina.

Si sarebbe volentieri alzata per andare a fumare una sigaretta e sbollire la rabbia, ma il trillo di Whatsapp la fermò prima che potesse farlo.

Il cuore le saltò in gola: era il numero privato di Max.

Ti sei divertita stamattina a colazione? Allora il problema ieri sera ero io, non Giorgio…

Per una manciata di secondi non trovò proprio le parole per rispondere: in verità non sapeva nemmeno se avrebbe dovuto farlo.

Prima che potesse prendere una decisione, il telefono squillò di nuovo.

Non preoccuparti, puttanella. Dopo ti sistemo io…

(Parte 5)