(Parte 1)
Per tutta la mattina di sabato, Ester non smise un secondo di pensare a quanto era successo solo poche ore prima.
Ancora le tremavano le gambe.
L’immagine della fica dell’amante del direttore stampata nitidamente nel suo cervello, lei che la leccava, e Max che, nel frattempo, penetrava lei a pecora.
I suoi coetanei non scopavano così: il direttore ci aveva messo forza, a tratti quasi violenza…
Tipo quando le aveva afferrato i capelli e, tirandole la testa, le aveva imposto il ritmo da dare alla leccata.
Ma oltre a quella foga, aveva usato metodo, dedizione, passione.
Per un po' si era concentrato solo su di lei e sul farla godere.
Ci aveva messo pochissimo, e aveva usato solo l’indice della mano destra.
Nessuno l’aveva mai fatta venire in quel modo, o così tanto velocemente.
Si era bagnata così tanto Ester, mentre il direttore sorrideva soddisfatto e la sua amante Katia li guardava sdraiata comoda sul divano.
Era tornata a casa tardissimo, quasi albeggiava.
Non aveva chiuso occhio per colpa, o per merito forse, di quel senso di eccitazione che ancora le faceva formicolare ogni centimetro di pelle del corpo.
Si sentiva ancora piena del cazzo di quell’uomo, e stordita dal profumo e dal sapore dell’altra donna.
Si buttò sotto la doccia.
Ester ci restò quasi mezz’ora, la maggior parte del tempo la trascorse a toccarsi il seno, immaginandosi le labbra calde di Katia attorno ai capezzoli, la sua saliva al posto dell’acqua che le scorreva addosso.
Si masturbò.
Venne.
Pensò a quei due tutto il tempo.
Finita la doccia, la ragazza si preparò, prese appuntamento con le amiche per un aperitivo in centro e scese a recuperare il motorino in garage.
Non vedeva l’ora di raccontare quello che le era successo alle ragazze e di ascoltare i loro commenti.
Ma proprio mentre stava per allacciarsi il casco, il suo telefono si mette a suonare.
Il fisso dell’ufficio.
Per un istante le si fermò il cuore.
Poi tornò a battere in maniera quasi scomposta, e le gambe ricominciarono a tremare.
Quel sabato mattina non avrebbe dovuto esserci nessuno in redazione, a meno che…
«Pronto?»
Dall’altra parte, quella voce che fino al giorno prima le aveva messo sempre solo ansia addosso, ma adesso, dopo quell’ultima notte…
«Graziani, buongiorno. Un casino… Vieni immediatamente qui.»
Max la liquidò velocemente e le sembrò effettivamente agitato.
Di che casino starà parlando? Che cazzo è successo?
Ester sentì lo stomaco chiudersi, il cuore ricominciare a battere forte dall’agitazione.
Quel mix di sensazioni la stava mandando al manicomio.
Lungo la strada da casa alla redazione, pensò a Max, al fatto che se lo sarebbe trovato di fronte di lì a pochissimo.
Il petto le stava per esplodere, lo stare in sella al motorino, km dopo km, stava quasi diventando sexy.
Mi ci voglio sedere addosso. Voglio che mi scopi, di nuovo, fortissimo.
Il casino a cui aveva fatto riferimento Max dove essere solo una scusa per farla andare di sabato in ufficio.
Arrivata a destinazione, registrò un vocale sul gruppo delle amiche per annullare l’appuntamento.
Aggiunse emoji ammiccanti alludendo a un impegno “di forza maggiore”.
La melenzana e le gocce d’acqua spiegarono meglio alle ragazze quello che Ester stava pregustando.
Trovò la porta principale aperta e si diresse quasi fluttuando verso l’ufficio del direttore.
Max era dentro, seduto alla sua scrivania, intento a fissare il suo pc.
Indossava una camicia bianca che gli disegnava perfettamente il corpo, mettendo in risalto le braccia, un paio di bottoni sbottonati lasciavano intravedere una porzione di petto.
E quel suo collo vigoroso, caldo…
Ci avrebbe voluto affondare la bocca e la faccia e non riemergere più.
Ester era nell’ufficio del direttore da mezzo secondo ed era già completamente bagnata.
«Graziani, hai fatto proprio un casino!»
Una doccia fredda.
Dalla nuvola del sesso sulla quale era sospesa, Ester venne tirata di nuovo giù sulla Terra da Max e dal racconto di come uno dei suoi articoli, uno degli ultimi scritti la sera prima, era andato online con tutta una serie di informazioni sbagliate.
Sbagliatissime.
«Mi hai fatto fare una figura di merda clamorosa! Assurdo!»
Max era fuori di sé.
Più aggiungeva dettagli al racconto, più appariva incazzato.
Il collo gli era diventato ancora più grosso per la rabbia, ma Ester non riusciva più a trovarlo sexy dopo il camion di merda che le stava scaricando in testa.
Alla fine, la ragazza era quasi sul punto di scoppiare in lacrime.
«Mi hai davvero deluso Graziani. Pensavo fossi ingamba, invece ti sei dimostrata un’emerita cretina.»
Lei se ne stava con le gambe strette, mortificata, lì seduta davanti a lui.
Avrebbe voluto sparire nel nulla, tornare a un’ora prima quando quell’uomo era un sogno erotico e non un incubo.
Ora mi licenzia.
Max se ne stava lì a fissarla con la faccia incazzata.
Non disse più nulla per qualche minuto e l’ufficio scivolò nel silenzio.
Che cogliona che sono, mi ero pure illusa volesse scoparmi! Col cazzo! Fanculo, che michiata che ho fatto, ho rovinato tutto!
«Ci saranno delle conseguenze per tutto questo. Per fortuna l’articolo è rimasto online solo per poche ore.»
Max portò le braccia sopra la testa, come per stiracchiarsi.
La camicia sembrò scoppiargli attorno ai bicipiti.
Non puoi eccitarti adesso, stai per perdere il lavoro!
«Non hai niente da dire?»
Avrebbe avuto molte cose da dire, ma sarebbero state quasi tutte inopportune o profondamente sciocche.
«Graziani, potrei volerti dare un’altra opportunità. Mi pare stupido girarci intorno: puoi già immaginare qualcosa, visto il modo in cui ti sei fatta fottere ieri sera.»
Ad Ester sembrò di bagnare la sedia su cui era seduta.
In un attimo tornò il formicolio che aveva provato per tutta la mattina, prepotente, violento come uno schiaffo in piena faccia.
Le sfuggì un mugolio.
«Lo so che ti è piaciuto. Katia è una bomba. Ed io ti faccio arrapare come la troietta che sei.»
Il direttore si alzò dal suo posto, sistemandosi la camicia.
«E secondo me, il fatto che ti tratti generalmente di merda aiuta… A farti sentire una cagnetta che brama il biscottino dal suo padrone, una carezza, una pacca sul culetto.»
La guardò dritta in faccia.
Aveva una luce diversa ora negli occhi.
Ester non riuscì a reggere il suo sguardo.
«Guardami quando ti parlo, stupida troia.»
Andò verso di lei e le si parò davanti.
Portò il volto a un centimetro dal suo: era così vicino che riusciva a sentire il suo alito che sapeva di caffè.
Avrebbe voluto leccarlo subito, ma si sentiva ancora scossa dal colloquio appena avuto.
«Troverò il modo di farti espiare questa cazzata dell’articolo. Probabilmente resterai l’addetta volontaria alle pulizie fino alla fine dell’anno.»
La ragazza annuì, restando in silenzio.
Max le appoggiò una mano su una gamba.
Aveva messo una gonnellina di jeans che, da seduta, le era arrivata a metà coscia.
Le dita dell’uomo le diedero la scossa.
«Ma non basta, devo pensare a qualcos’altro.»
Iniziò a farle scorrere piano, verso l’interno, sotto la stoffa della gonna, fin quasi ad arrivare alla fica.
«Guarda qua com’ è caldo qua sotto.»
«Mi dispiace per l’articolo. Non capiterà…»
Il direttore usò la mano libera per tapparle la bocca.
«Shhh! Stai zitta puttana. Cerca di parlare solo quando te lo dico io.»
Le dita che teneva ficcate sotto la sua gonna iniziarono a muoversi, raggiungendo le mutandine.
In un attimo furono sulle grandi labbra.
«Lo sapevo. Ci avrei scommesso che ti avrei trovata già fradicia.»
Senza che lui chiedesse, Ester schiuse le gambe.
Più lui le esplorava la fica più lei le apriva, fino a spalancarle, con la gonna che ormai era arrotolata intorno ai fianchi.
«Sei eccitatissima cagna. Vorresti che ti scopassi?»
Con ancora la mano dell’uomo premuta contro la bocca, Ester gridò di si.
Il suono attutito del suo urlo fece sghignazzare Max.
Le infilò indice e medio fra le labbra.
«Da brava, succhiamele come se fosse il mio cazzo.»
Eseguì diligentemente, come se davvero gli stesse facendo un pompino.
«Si vede proprio che hai voglia di essere scopata.»
«Da te. Solo da te.»
«Succhia e stai zitta. Ti farò diventare il mio giocattolo. Ti userò ogni volta che ne avrò voglia, e tu non potrai mai rifiutarti. Che ne pensi?»
Tre dita dell’uomo erano dentro di lei, e altrettante ce le aveva ficcate fin quasi in gola.
Le gambe avevano spasmi involontari, non stava più nella pelle.
Doveva averlo, doveva farsi prendere da lui senza aspettare un secondo di più.
«Ti prego, scopami.»
«Si, implora troia, implorami. Tanto stavolta non lo prendi.»
Ritirò le mani e smise di darle piacere.
Si portò le dita al naso e respirò forte, poi assaggiò il suo sapore.
«Mi piacciono le donne che si bagnano così tanto.»
A Ester faceva male la fica: non era un dolore vero e proprio, era più il bisogno di sentirsela riempire.
Cazzo o dita poco importava, doveva accoglierlo di nuovo dentro di lei.
«Se ti piaccio allora perché non vuoi scoparmi?»
Si alzò dalla sedia dove se n’era stata buona fino a quel momento e gli andò vicino.
«Puniscimi per la storia dell’articolo. Me lo meriterei, sono stata cattiva…»
«Vedi che è peggio se parli senza autorizzazione, stupida troia?»
Rimase fermo, impassibile alle sue provocazioni.
«Pensi che potrei essere così banale? Ti punirò, ma non come vorresti tu.»
Iniziò a trafficare con cintura e zip dei pantaloni.
In pochi istanti, Max tirò fuori il cazzo: non era ancora eretto, ma la sua grossezza si apprezzava anche da moscio.
Iniziò a tirarselo piano.
«Mettiti in ginocchio e apri la bocca, adesso ti faccio provare una cosa nuova.»
Ester eseguì l’ordine e, buona buona, si accucciò a terra.
«E ora cosa vuoi che faccia?»
«Devi stare zitta, e parlare solo quando te lo dico io. Cosa ci vuole per chiuderti quella cazzo di bocca?»
Il tuo uccello.
«Aprila bene, ho una cosa per te.»
Lei lo fece, ma non si aspettava di certo quello che successe: il direttore gli iniziò a pisciare in bocca.
La prima reazione fu quella di serrare le labbra, ma era talmente eccitata e coinvolta che restò ferma e lo fece finire.
Quando si fu liberato completamente, Max si rimise il cazzo nei pantaloni e restò lì a guardarla, completamente bagnata.
«Ti farò di peggio piccola troia, molto di peggio.»
(Parte 3)